Nutrizione News

5 consigli per combattere il grasso del girovita

Un girovita sottile è il sogno di tutte quelle persone che desiderano avere una silhouette più sensuale e accentuare le proprie forme. Ridurre la circonferenza vita non è, però, consigliato solo per una questione di estetica, ma anche e soprattutto per una questione di salute. Si tratta di una parte del corpo in cui si tende più facilmente ad accumulare grasso viscerale, il più pericoloso per l’organismo, che spesso si tramuta in quella fastidiosa “pancetta” che non ne vuole sapere di sparire nonostante la dieta e l’attività fisica. Eliminare il grasso localizzato non è semplice, ma seguire alcuni accorgimenti può aiutare a potenziare l’effetto di un buon programma di dimagrimento e a ridurre il girovita.

Il grasso viscerale

Il grasso localizzato a livello dell’addome, la cosiddetta “pancetta”, è chiamato grasso viscerale perché è indicativo della percentuale di grasso più vicino agli organi interni (viscere). Si tratta di quello più pericoloso perché favorisce maggiormente lo sviluppo di malattie a carico del sistema cardiovascolare, del fegato, del pancreas, dei reni, ecc. ed abbassa l’aspettativa di vita in generale. Le persone in sovrappeso o obese hanno quasi sempre una circonferenza addominale maggiore del normale, ma anche chi è normopeso, quindi con un BMI tra 18,6 e 24,9, può avere un girovita superiore alla misura raccomandata dall’OMS: massimo 80 cm per le donne e 94 cm per gli uomini. Chi ha una circonferenza vita superiore a 88 cm (per le donne) o a 102 cm (per gli uomini) dovrebbe fare maggiore attenzione, perché queste misure sono associate ad obesità viscerale e ad un rischio cardiovascolare elevato. Salute in primis e bellezza dopo, sono quindi le forti motivazioni che ci spingono a ridurre il girovita o quantomeno a tenerlo sotto controllo. Per raggiungere questo obiettivo bisogna svolgere con costanza l’attività fisica che brucia i grassi, l’ideale sarebbe raggiungere 300 minuti a settimana e rispettare il proprio bilancio energetico, cioè introdurre tanta energia quanta effettivamente se ne utilizza. Se poi questa strategia viene integrata con i 5 consigli successivi, allora ridurre la circonferenza vita non sarà più un’utopia.

1. Limita gli zuccheri semplici

Dolciumi, succhi di frutta, soft drink come cola o aranciata, tè freddi ecc. non andrebbero consumati se il girovita non ha valori ottimali, perché questi prodotti contengono molto zucchero, nemico numero uno della pancia piatta e del girovita snello. Ovviamente andrebbero consumati con moderazione tutti gli zuccheri semplici, anche quelli naturali come miele, fruttosio, zucchero di canna, malto, melassa, sciroppo d’acero, succo d’uva ecc. perché apportano sempre 4 kcal per grammo. Anche i superalcolici andrebbero aboliti, perché contengono quelle che vengono definite calorie “vuote”, cioè che non apportano nessuna sostanza nutritiva, ma solo centimetri di grasso sulla pancia.

2. Evita il junk food

Patatine, pop-corn, gelati confezionati, merendine, prodotti industriali e tutti gli altri cibi definiti “junk food” (cibo spazzatura) sono ricchissimi di grassi, tra i quali anche quelli trans, nocivi per il punto vita e per la salute, perché favoriscono l’aumento del tessuto adiposo. Questi alimenti sono spesso consumati come snack: una buona strategia per diminuire la circonferenza addominale è optare per spuntini più sani e nutrienti, come una coppetta di yogurt con un po’ di frutta fresca di stagione, un frullatoal latte, un pugnetto (ca. 20 g) di frutta secca a guscio come noci, nocciole o mandorle, oppure ancora una fetta di pane integrale (ca. 50 g) con pomodorini e qualche scaglia di parmigiano.

3. Scegli alimenti ricchi di fibra

La frutta (fresca, secca ed essiccata), la verdura verde e a foglia larga (spinaci, bietole, ecc.), i legumi e i cereali integrali sono le principali fonti alimentari di fibre, che aiutano a raggiungere il senso di sazietà e riducono l’indice glicemico degli alimenti a cui sono abbinate. Non solo, un corretto apporto di fibre aiuta anche a favorire il benessere intestinale sgonfiando la pancia e prevenendo molti disturbi come stitichezza o diverticolosi. Per limitare l’accumulo di grasso viscerale si consiglia quindi di aumentare il consumo di questi alimenti, ricordandosi di mangiare lentamente in modo da incrementare ulteriormente l’effetto saziante delle fibre. È, inoltre, fortemente raccomandato il consumo giornaliero di 3 porzioni di frutta e 2 di verdura preferibilmente cruda.

4. Bevi abbastanza acqua

Mantenere un adeguato livello di idratazione quotidiana contribuisce al buon funzionamento del cervello, dell’apparato cardiovascolare, dei reni, dell’intestino, dei muscoli, delle articolazioni, della pelle ed è anche utile al trasporto delle sostanze nutritive e all’eliminazione delle scorie dall’organismo. Ogni giorno bisognerebbe bere almeno 8 bicchieri di acqua, minerale o del rubinetto. Se si ha difficoltà a bere acqua durante la giornata si possono consumare tisane, infusi oppure brodi vegetali che, se assunti la sera, aiutano anche a conciliare il sonno, altro elemento essenziale per tenere sotto controllo gli ormoni dello stress (es. cortisolo) che inducono un aumento del girovita. Il consiglio è quindi di bere 1,5-2 L di acqua al giorno.

5. Svolgi esercizi fisici mirati

Come abbiamo detto l’attività fisica costante, abbinata alla giusta dieta, è la base indispensabile da cui partire per ottenere una riduzione del girovita. Tuttavia, alcuni esercizi mirati possono aiutare a modellare maggiormente i punti più critici come la “pancetta”. Un allenamento di tipo aerobico come la corsa, il fitwalking, il nuoto, il ciclismo, ecc. rappresenta un ottimo aiuto per eliminare il grasso in eccesso, a patto che queste attività siano svolte per un minimo di 30 minuti ogni giorno. Mentre gli esercizi di potenziamento mirati a rinforzare i muscoli della pancia, con sforzi brevi ma intensi (es. sessioni di addominali), permettono di tonificare e ridurre la circonferenza vita. Dalla loro unione nasce il mix perfetto per diminuire il grasso addominale. L’attività fisica, inoltre, allontana lo stress, che spesso porta a mangiare in modo incontrollato soprattutto cibi ipercalorici e non adatti al nostro girovita né alla nostra salute.

 

Allergie e intolleranze alimentari: come affrontarle

C’è chi mangia gluten-free senza essere celiaco. E chi invece elimina latticini, legumi, uova, crostacei, pomodori. Un italiano su due cambia menù nella convinzione di essere intollerante o allergico a qualcosa, mentre le stime più recenti indicano che il problema interessa solo il 7-8 per cento dei bambini di età inferiore ai 3 anni e circa il 3-4 per cento della popolazione adulta.
Perfettamente in salute, dunque, milioni di persone imputano i loro malesseri a qualche cibo per pura suggestione o condizionamento psicologico, spendendo per la diagnosi centinaia di euro in test privi di validità scientifica, che hanno la stessa attendibilità del lancio di una monetina.
«Spesso basta avere una stanchezza inspiegabile, qualche difficoltà digestiva o dolori alle articolazioni per prendere di mira un ingrediente alimentare o un’intera categoria di prodotti», spiega la dottoressa Barbara Paolini, vice segretario nazionale dell’Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica. «Ipotizzare intolleranze o allergie sta diventando una moda o, quanto meno, il modo per dare una risposta rapida a un problema di salute o un disturbo generico, come può essere il semplice aumento di peso, che nella maggior parte dei casi invece dipende da uno stile di vita scorretto».
In realtà, l’unico modo per ottenere un verdetto attendibile è rivolgersi a un centro ospedaliero specializzato in allergologia, con medici capaci di gestire in modo completo non soltanto la fase diagnostica, ma anche l’eventuale cura. «Attraverso un colloquio approfondito, viene fatta un’anamnesi accurata della storia clinica del paziente e delle sue abitudini alimentari: a quel punto, in base alla sintomatologia accusata, si stabiliscono i test più opportuni da effettuare, visto che non esiste una prova valida per tutte le forme di allergia o intolleranza».

Nel caso delle allergie, la diagnosi è semplice e immediata solo quando i sintomi (piuttosto severi) compaiono subito dopo l’assunzione di un determinato alimento, tanto da portare a visite urgenti. Se invece la reazione è ritardata o incostante e i sintomi sono più lievi e sfumati, è necessario sottoporsi a esami standardizzati, come il Prick test, ad esempio, che consiste nel posizionare sull’avambraccio alcune gocce di estratti allergenici (di tipo alimentare in questo caso) per poi pungere la pelle e osservare l’eventuale comparsa, entro venti minuti, di un pomfo caratterizzato da un piccolo gonfiore e arrossamento localizzato.

In alternativa, si può ricorrere al Prick by prick, dove si utilizzano direttamente i cibi freschi, soprattutto di origine vegetale, che vengono “bucati” con la lancetta sterile con la quale poi si andrà a scalfire leggermente la cute del paziente. «Esistono anche esami sierologici, come il dosaggio delle IgE totali e specifiche, che ricercano nel sangue gli anticorpi verso determinate sostanze, oppure quelli che sfruttano le nuove tecnologie in diagnostica molecolare, molto più sofisticati e in grado di individuare la singola molecola a cui si è allergici», illustra Paolini. «Molto raffinate, infatti, le attuali metodiche diagnostiche consentono di fornire ai pazienti indicazioni più accurate rispetto al passato, migliorando nettamente la loro qualità di vita: in alcuni casi, ad esempio, è possibile consumare un frutto a cui si è allergici togliendone la buccia oppure mangiare senza problemi un determinato alimento una volta cotto. Dipende dalle proteine specifiche che sono coinvolte nell’allergia, che oggi è possibile conoscere».

Se tutte queste procedure non forniscono un risultato concordante o decisivo, si può prevedere un ulteriore test di provocazione orale, che consiste nella somministrazione di dosi progressivamente crescenti dell’alimento – sotto forma di gocce, capsule o pappine insapori – fino allo scatenamento dei sintomi: questo esame però va eseguito esclusivamente in centri ospedalieri specializzati e sotto stretto controllo medico per la possibilità di reazioni anche gravi.

Se invece il problema è un’intolleranza, gli unici esami attualmente riconosciuti dalla medicina convenzionale sono rivolti a un solo alimento, come il lattosio (per cui si utilizza il Breath test, che analizza campioni di aria espirata) o il glutine (prelievi del sangue concentrati su una coppia di anticorpi specifici, gli Aga e gli Ema, e un prelievo bioptico di mucosa del tratto gastroenterico mediante esofagogastroduodenoscopia e pancolonscopia).

Altri disturbi non possono essere definiti vere intolleranze: digestione lenta, gonfiore addominale o cattivo funzionamento dell’intestino, ad esempio, possono essere correlati a un’alterazione momentanea della flora intestinale, per cui la cura e la dieta devono essere attentamente valutati con il proprio allergologo e gastroenterologo, evitando di eliminare improvvisamente e senza motivo intere categorie di alimenti con diete fai-da-te. «Al contrario dell’allergia, infatti, alcune intolleranze possono non essere genetiche ma insorgere all’improvviso, magari a causa di cattive abitudini alimentari o particolari patologie intestinali, che talvolta possono essere corrette e addirittura risolte».

Gli esami “farlocchi”

Negli ultimi anni, in questo settore, si è diffusa la popolarità di test diagnostici alternativi e senza alcuna validità scientifica, eseguiti su disparati campioni biologici (come sangue, saliva, capelli), che – oltre a generare confusione nella popolazione – comportano una spesa piuttosto sostenuta, compresa fra i 90 e i 1.500 euro. Di solito, si ricorre a questi esami per la semplicità della procedura, l’assenza di lunghe attese e la possibilità di eseguirli sotto casa, magari in farmacia, erboristeria, centri benessere o presso lo studio di un naturopata.

«Il loro utilizzo è pericoloso in maniera indiretta, nel senso che non comporta rischi durante l’esecuzione, ma di sicuro impedisce al paziente di scoprire il vero problema», riferisce Paolini. «Talvolta si ha un ritardo diagnostico, ad esempio scambiando patologie gravi per presunte intolleranze; in altri casi, invece, un falso positivo può generare inutili restrizioni a tavola: se non adeguatamente gestite e monitorate da un professionista sanitario, le diete che escludono determinati cibi possono comportare un rischio nutrizionale non trascurabile, pericoloso per lo stato di salute e addirittura responsabile di scarsa crescita e malnutrizione nei bambini».
Allora, da quali test stare alla larga? Sicuramente, da quelli complementari, alternativi e non provati con metodi riconosciuti dalla medicina ufficiale che le principali società scientifiche di allergologia (Siaaic, Aaito e Siaip), insieme alla Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), etichettano come privi di credibilità e validità clinica.
· Test del capello. Dovrebbe verificare le sostanze chimiche presenti nel capello per stabilire lo stato di salute del soggetto e le eventuali anomalie nel metabolismo degli elementi minerali. In base ai risultati, vengono poi consigliate variazioni della dieta e l’assunzione di integratori alimentari o vitamine.
· Vega test. Basato sui principi della bioenergetica, secondo cui il corpo sarebbe un insieme di campi magnetici sui quali determinate sostanze possono influire, si effettua con un apparecchio munito di due elettrodi: uno è posto sulla mano del paziente, l’altro è collegato a uno strumento con cui l’operatore misura le differenze di potenziale elettrico in particolari punti della pelle, inserendo all’interno fiale con sostanze alimentari omeopatizzate, cioè diluite in modo infinitesimale.
· Dria test. Da seduti, si tratta di compiere un particolare e modesto sforzo muscolare con un braccio (o talvolta una gamba), che viene legato con una cinghia, collegata al computer. Durante lo sforzo, vengono poste sotto la lingua alcune soluzioni – che contengono i principali alimenti, dal latte alla farina, dall’uovo ai grassi idrogenati – e si valutano le eventuali variazioni della forza, dovute a un’ipersensibilità nei confronti del cibo in questione.

  • Test citotossico. Consiste in un semplice prelievo di sangue, a seguito del quale viene valutata al microscopio l’integrità della membrana dei globuli bianchi messi a contatto con gli alimenti sospetti, opportunamente preparati.
  • Test del riflesso auricolo-cardiaco. Ogni alimento indagato viene posto a un centimetro dalla cute – in prossimità di determinate zone del padiglione auricolare, individuate dall’agopuntura – per poi misurare le variazioni della frequenza cardiaca.
  • Dosaggio delle IgG (metodica Elisa). Attraverso un prelievo capillare, il sangue viene messo a contatto con le proteine di un particolare alimento alla ricerca di alcuni anticorpi (le IgG) che possono reagire alla sua presenza.

«In commercio, esistono anche altri esami alternativi, come l’Alcat test, l’elettroagopuntura secondo Voll, la provocazione-neutralizzazione o l’iridologia, che purtroppo contribuiscono alla proliferazione di false diagnosi», evidenzia la dottoressa Paolini. «Così, si rischia di risultare intolleranti a cibi che in realtà sono innocui, sbilanciando di conseguenza la dieta e sviluppando malnutrizioni anche pericolose, senza peraltro risolvere la sintomatologia che ha portato il soggetto a sottoporsi al test».

Eppure, dopo aver eliminato alcuni alimenti dalla propria tavola, molte persone affermano di sentirsi meglio, anche se probabilmente gli esami ufficiali non avrebbero mai confermato il problema. Realtà o effetto placebo?

«Si tratta di una conseguenza normale, ma temporanea», illustra la dottoressa Paola Minale, esperta di allergie e intolleranze alimentari per l’Associazione allergologi immunologi territoriali e ospedalieri. «Per quanto inadeguata o imperfetta, qualsiasi dieta apporta un beneficio iniziale per il semplice fatto che riduce l’apporto di sostanze come i “fodmap”, ovvero molecole e composti contenuti in diversi alimenti scarsamente assorbibili e facilmente fermentabili, bloccando così il meteorismo e la sensazione di gonfiore. Infatti, al di là della veridicità del responso, i test per le intolleranze eliminano quasi sempre farinacei, latticini, zuccheri, carboidrati e altri alimenti il cui eccesso non è salutare e peggiora la sindrome del colon irritabile e altri disturbi più o meno gravi».

In altre parole, il beneficio sull’organismo c’è e si sente, ma alla fine si esaurisce perché il regime proposto non è mirato e neppure equilibrato, ma semplicemente risolve per qualche tempo un’alimentazione scorretta.

«Bisogna tenere conto però che, quando si toglie un nutriente dalla dieta, viene alterata anche la flora microbica intestinale, provocando danni spesso duraturi», ricorda la dottoressa Minale. «Ovviamente, il pericolo vale anche al contrario, ovvero se allergie o intolleranze non vengono riconosciute, perché i danni possono essere gravi: nel caso della celiachia, ad esempio, la presenza di un’infiammazione persistente, anche di minima entità, può favorire lo sviluppo di alcune patologie croniche e addirittura tumori».

Per non parlare delle reazioni allergiche gravi agli alimenti che, seppure in rari casi, possono richiedere il ricorso al Pronto soccorso, perché si manifestano con quadri clinici pericolosi per la vita, come lo shock anafilattico, da trattare con farmaci salvavita come l’adrenalina.
«Insomma, nessun sintomo va mai sottovalutato, a qualsiasi età», conclude l’esperta. «Allergie e intolleranze hanno certamente una predisposizione genetica, ma a scatenarle possono essere lo stile di vita, la maggiore esposizione a una sostanza o magari periodi delicati, come la menopausa e il post-gravidanza. In caso di sospetto, vale la pena sottoporsi a un controllo accurato».

Quattro cose da sapere

Professionalità, serietà e competenza sono le caratteristiche indispensabili di chi deve riconoscere la reazione avversa a un alimento. A dimostrarle sono alcune buone pratiche che gli allergologi (in sinergia con dietologi e gastroenterologi) devono garantire, e precisamente:
· una diagnosi eziologica, ossia l’individuazione degli alimenti responsabili delle reazioni attraverso test affidabili;

  • l’indicazione di una dieta corretta, anche da un punto di vista nutrizionale;
  • la stesura di consigli comportamentali, come (in alcuni casi specifici) evitare l’attività fisica o l’assunzione di antinfiammatori nelle due-quattro ore che precedono o seguono i pasti;
  • prescrizioni terapeutiche da adottare in caso di emergenza, con le relative istruzioni per l’uso.
    Esistono farmaci (antistaminici, cortisonici, broncodilatatori) da utilizzare per gestire i sintomi di lieve entità, mentre l’adrenalina va usata solo in caso di anafilassi.

 

Celiachia, in Europa l’80% dei casi non è stato ancora diagnosticato

In Italia i pazienti diagnosticati sono soltanto 200.000 di cui solo 21.277 bambini fino ai 10 anni.

La celiachia è la malattia cronica legata all’alimentazione più diffusa tra i bambini in Italia e in Europa. Tuttavia gli esperti ritengono che in Europa oltre l’80% dei casi non sia ancora stato diagnosticato. Con una prevalenza in continua crescita, questa condizione non diagnosticata espone larga parte della popolazione al rischio di sviluppare problemi di salute e complicanze. In Italia i pazienti diagnosticati sono soltanto 200.000, di cui solo 21.277 sono i bambini diagnosticati fino ai 10 anni, quando si attendono almeno 600.000 celiaci. Lo rileva l’Aic, l’Associazione italiana celiachia, in occasione della Giornata Mondiale della Celiachia, il 16 maggio.

La malattia ha come terapia una rigorosa dieta senza glutine ed è sempre più nota. Nonostante questo il tempo medio di attesa della diagnosi può raggiungere gli otto anni a livello europeo, mentre in Italia sono 6 gli anni di accesso all’Ssn prima di sapere per certo di essere celiaci. La patologia può presentarsi a qualsiasi età, compreso lo svezzamento, quando viene introdotto il glutine, nell’infanzia e nell’adolescenza. “In particolare nei bambini – commenta Caterina Pilo, Direttore Generale Aic – è essenziale la diagnosi precoce, per tutelare il processo di crescita e lo sviluppo, gestendo nel migliore dei modi i sintomi. Se la celiachia non viene diagnosticata, i piccoli possono incorrere in severe complicanze, tra cui perdita di peso, problemi nella crescita, ritardo della pubertà, stanchezza cronica e osteoporosi”. Per rispondere al problema delle diagnosi nascoste, gli esperti e le associazioni pazienti di tutta Europa sono impegnati a sensibilizzare per la diffusione di linee guida per migliorare la performance di diagnosi nei bambini. In Italia l’Associazione pazienti ha contribuito alla diffusione del “Protocollo per la diagnosi e il follow up della celiachia”, che prevede, tra l’altro, particolari linee guida per la diagnosi nei bambini e negli adolescenti. A livello europeo è stato diffuso anche un manifesto per migliorare la diagnosi nei bambini.

 

Cosa mangiare in estate? I consigli degli esperti ai più piccoli

Tra chi è già partito e chi invece sta aspettando con ansia quel giorno, in tanti si stanno preparando ad accogliere l’estate. I più piccoli sono quelli che già da tempo si godono questo periodo dell’anno tra bagni in piscina e passeggiate nella natura, ma anche qualche strappo alla regola sul fronte alimentare. E così non sono pochi i bimbi che rischiano di tornare sui banchi di scuola con qualche chilo di troppo. Cosa fare, dunque, per trascorrere i mesi estivi all’insegna della sana e corretta alimentazione? E quali, invece, i cibi da evitare? In aiuto arriva il decalogo degli esperti della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS), consigli su quali alimenti devono trovare posto in tavola per un corretto sviluppo dei più piccoli.

“La prima regola è mangiare sano, con attenzione soprattutto alla varietà nei tipi di verdure e di pesce, su cui le famiglie italiane sono un po’ carenti, e adottare alcuni accorgimenti, come quello di consumare i pasti in famiglia e coinvolgere i figli nella spesa e nella preparazione dei cibi”. A dirlo è Andrea Vania, Dirigente di I livello e Responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione Pediatrica del Dipartimento di Pediatria di Sapienza Università di Roma. “Il mio consiglio – prosegue l’esperto della SIPPS – è quello di coinvolgere i bambini nella spesa, non tanto per consentire loro di comprare le merendine che preferiscono, ma perché siano loro a suggerire di provare un pesce o una verdura che non hanno mai provato. Coinvolgiamoli anche in cucina: questo è un punto importante, che spesso viene dato come indicazione comportamentale anche nel trattamento dell’obesità”.

Gli esperti, inoltre, si soffermano sulla piramide alimentare, modello di corretta distribuzione dei nutrienti nella dieta, anche e soprattutto nel periodo estivo. “Insieme con i cereali ed con un’adeguata assunzione di acqua – dice Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPS – la frutta e la verdura costituiscono le basi della piramide alimentare. Se ne devono assumere ogni giorno e 2-3 volte al giorno, scegliendo frutta e verdura fresca di stagione che vanno consumate con la buccia, che fornisce fibra, e a pezzi, a morsi perché ciò contribuisce ad aumentare il senso di sazietà. “Ogni giorno – conclude il Presidente Di Mauro – bisogna introdurre una quota di calcio pari a quanto raccomandato per età del bambino, che si ottiene assumendo latte e latticini: dal latte parzialmente scremato allo yogurt naturale con l’aggiunta di frutta fresca, fino ai formaggi freschi”.

Vediamo ora nello specifico il decalogo SIPPS.

Acqua: Portatene tanta, soprattutto se con voi ci sono bambini, se avete deciso di passare molte ore in spiaggia o fuori casa e se la giornata si presenta calda e umida. L’acqua disseta anche più se in una bottiglia da un litro e mezzo si aggiunge il succo di mezzo limone poiché i sali minerali reintegrano quelli persi con il sudore. Il giorno prima potete mettere nel congelatore alcune bottigliette che serviranno a tenere fredde le bevande nel frigo portatile.

Bevande zuccherate: Meglio evitare l’aranciata o la bibita a base di cola, poiché poco dissetanti per la loro alta concentrazione di zucchero. Inoltre, la caffeina contenuta nelle bibite gusto cola, oltre a non essere indicata per i bambini, può provocare disidratazione, pericolosa per chi vuole trascorrere giornate sotto il sole.

: No a quelli confezionati, troppo ricchi di zucchero e, quindi, di calorie. Il tè è un’ottima bevanda che con i suoi flavonoidi ci protegge dai danni dei radicali liberi. Potete prepararlo voi addolcendolo con poco zucchero e tanto succo di limone. C’è anche il tè verde, ricchissimo di antiossidanti e con un gusto così delicato che di solito non ha bisogno di essere zuccherato.

Succhi di frutta: Possono diventare un buono spuntino di emergenza, ma non sono comunque sostituti della frutta, unica con il suo contenuto in fibra e il suo alto potere saziante, o dell’acqua perché, pur contenendo vitamine, sono ricchi di zuccheri che rendono queste bevande poco dissetanti ma iperglicemizzanti. In ogni caso, se proprio dovete usarli, scegliete sempre quelli senza zuccheri aggiunti!

Frutta: Decisamente sì, ottima sia come spuntino che a fine pasto. L’estate ce ne offre moltissima: pesche, albicocche, melone, anguria, prugne, susine, pere, fichi, fichi d’india, ciliegie e uva. Ricca di acqua, vitamine, minerali, fibra e fitonutrienti, la frutta non ha controindicazioni.

Pranzo: Evitate piatti elaborati come pasta al forno o timballi, spesso ricchi di grassi che rallentano la digestione e creano sensazione di pesantezza. Un panino può diventare un buon pasto. Scegliete pane fresco e non condito e riempitelo di tanta verdura (pomodori, insalata, verdure grigliate) e qualche fetta di prosciutto o arrosto di tacchino o mozzarella o uovo sodo.

Riso: Un ottimo piatto può essere la classica insalata di riso. Il riso è ricco di amido, un tipo di carboidrato molto digeribile. Usate il riso parboiled che non scuoce e mantiene i chicchi ben separati. Questo vi eviterà di utilizzare molto l’olio. Potete usare i condimenti già pronti ma all’acqua, oppure verdure fresche come i pomodori.

Verdure: Non è comodo né igienico portarsi da casa verdure cotte o insalate. Una valida alternativa possono essere ortaggi come cetrioli, da sbucciare sul momento, o finocchi. Sono ricchi di acqua e di potassio con pochissime calorie. Ottimi come spuntino o da mangiare durante il pranzo.

Secondi: Se nelle vostre insalate di riso o di pasta avete aggiunto del tonno, o del prosciutto, o del formaggio, avete preparato dei piatti unici, che oltre ai carboidrati forniscono anche proteine. Un secondo sarebbe di troppo. Evitate carne panata fritta come può essere quella confezionata, ma anche quella fatta in casa, poiché troppo ricca di grassi. Anche le frittate sono sconsigliate in spiaggia. Pur essendo comode da portare fuori casa, le uova richiedono infatti una lunga digestione.

Divertimento: Giocate insieme ai vostri figli o fate sì che i vostri piccoli non si annoino. Oltre a nuotare, a fare castelli di sabbia ci sono tanti giochi che si possono fare in spiaggia ma anche in montagna. Dove è possibile si può giocare a pallone o a racchette e, perché no? Una bella partita a bocce non ha mai stancato nessuno!

 

Dai batteri della mamma inizia la salute dei neonati

Una ricerca sulla trasmissione del microbioma materno, condotta da un gruppo del Cibio dell’Università di Trento in collaborazione con l’ospedale Santa Chiara di Trento, pone le basi per capirne meglio l’impatto sulla salute dei bimbi. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica “Cell Host and Microbe” che gli ha dedicato la copertina.  La ricerca dimostra il passaggio di vari microorganismi da madre a bambino durante i primi giorni e mesi di vita, nelle varie fasi del parto naturale e poi nell’allattamento al seno e nel contatto “pelle a pelle”. I ricercatori hanno mappato la trasmissione del microbioma anche grazie a nuovi strumenti informatici e hanno mostrato come i batteri provenienti dalla madre colonizzino il neonato e la neonata in modo più duraturo rispetto a batteri provenienti da altre sorgenti, come l’ambiente circostante.

Lo studio apre prospettive ambiziose, sottolinea Nicola Segata, responsabile del laboratorio di metagenomica computazionale al Cibio. “Ora che abbiamo compreso come e quali microorganismi passano al neonato dalla madre, vogliamo capire meglio quale sia il loro impatto sulla salute del bambino e come la trasmissione del microbioma materno venga alterata da fattori quali parto cesareo, assenza di contatto ‘pelle-a-pelle’ tra madre e neonato nei primi istanti di vita, alimentazione con latte in formula. In un futuro si potrebbe pensare di ripristinare i microorganismi che non sono passati dalla madre nei bambini per una di queste ragioni. Ripristinarli potrebbe risultare infatti importante per migliorare benessere e salute generale dei bambini”.

 

Da zucchero di canna a ananas che fa dimagrire: dieci “food-fake-news”

Dall’ananas che fa dimagrire allo zucchero di canna che “fa meno male”, le fake news che circolano intorno a cibi e salute hanno radici antiche che si sono diffuse e amplificate con l’aiuto del web. Questa volta a mettere in guardia da false credenze e informazioni ‘fasulle’ che riguardano gli alimenti è l’Istituto Superiore di Sanità che, alle fake news sull’alimentazione, ha dedicato un’intera sezione sul portale ISSalute.it.   

La regina delle bufale sull’alimentazione è che lo zucchero di canna sia meno nocivo di quello bianco: “il processo industriale al quale viene sottoposto lo zucchero per diventare bianco non danneggia il prodotto, estraendo solo il saccarosio dalle impurità presenti nella melassa”, scrivono gli esperti dell’Iss. Che la pasta faccia ingrassare e l’ananas dimagrire è una falsa verità che si tramanda da generazioni, mentre in realtà “non esistono alimenti buoni né cattivi: tutti vanno inseriti, nelle giuste proporzioni, nell’ambito di una dieta sana e varia”. Quanto agli spinaci, nell’immaginario collettivo sono fonte di ferro, ma quello che contengono è molto meno assimilabile dal nostro organismo rispetto a quello della carne.

Ma le fake news riguardano anche la salute in generale. E’ falso, ad esempio che non ci si debba preoccupare dell’obesità infantile, perché passa con lo sviluppo. “Un bambino obeso – scrive l’Iss – ha un altissimo rischio di diventare un adulto obeso”. Così come è falso ritenere che il colesterolo sia solo una questione genetica e non alimentare. O, ancora, che i cibi grassi e il latte siano “un toccasana per la gastrite perché “foderano” lo stomaco”. Anzi proprio “l’alto contenuto in grassi di questi alimenti riduce lo svuotamento dello stomaco rendendo la digestione più lunga”. Ci sono poi i miti legati alla natura, come quello secondo il quale i cibi prodotti del contadino sono più sicuri e genuini degli altri. “I controlli effettuati lungo tutta la filiera alimentare, garantiscono che i prodotti commercializzati negli esercizi autorizzati alla vendita siano sicuri per la salute”. O quelli dettati da nuove mode, come l’idea che i cibi gluten-free siano più salutari. Bollino rosso anche qui. Utilizzare prodotti senza glutine per chi non ha problemi di celiachia “non solo è una scelta immotivata, ma anche controproducente”. Sono, infatti, “più calorici del corrispondente alimento contenente glutine”, “hanno un più alto indice glicemico”, “un minor effetto saziante” e “un minore contenuto di fibre, sali minerali e vitamine”.

 

La pizza a lenta lievitazione non fa salire la glicemia

Test su trenta bambini a Napoli. Con la lievitazione veloce invece i livelli glicemici sono arrivati a picchi elevati.

Una pizzeria trasformata in un laboratorio di ricerca universitaria, trenta bimbi affetti da diabete a fare da volontari assaggiatori, medici, ricercatori, camerieri ed ‘infornatori’: tutti in campo per difendere la pizza napoletana per anni accusata, da larga parte della letteratura medica internazionale, di essere “junk food”, cibo spazzatura, capace di rendere ingestibile per i pazienti la glicemia a causa degli zuccheri contenuti nell’impasto. Un vero veleno per i diabetici, specie quelli di tipo 1 (‘giovanile’).

Ad organizzare l’originale test è stato il Centro regionale di Diabetologia Pediatrica “G. Stoppoloni” della Azienda Ospedaliera Universitaria dell’Ateneo campano “Luigi Vanvitelli”, diretta dal professor Maurizio Di Mauro. Al folto staff medico, guidato dal dottor Dario Iafusco, si è affiancato il professor Ohad Cohen dell’Universtità di Tel Aviv, uno dei più grandi esperti di tecnologie applicate al diabete che ha seguito e controllato le varie fasi dell’esperimento. I maestri piazzaioli, per qualche giorno al soldo della scienza, hanno preparato le pizze per due gruppi di bambini (ad uno pizze con lievitazione lenta, all’altro quella veloce) stando attenti ad utilizzare, al grammo, la stessa quantità di ingredienti per ogni Margherita.

”Abbiamo controllato i livelli di glicemia per l’intera notte successiva – ha spiegato Iafusco – e abbiamo verificato che i bambini che hanno mangiato la pizza a lenta lievitazione hanno avuto un andamento glicemico stabile mentre per chi ha mangiato pizza con lievitazione veloce si è registrata una variabilità glicemica molta elevata”. I dati emersi dal test hanno reso felici i medici che hanno avuto la conferma sul campo della loro teoria ma i più contenti di tutti, e lo si vedeva dai loro sguardi mentre addentavano le fumanti Margherite, sono stati sicuramente i bambini.

 

Pediatri, la dieta vegetariana e vegana sono inadeguate

“Vitamina B12, ferro e omega 3 devono trovare posto a tavola per il corretto sviluppo dei bimbi”

Non è da escludere a priori il vegetarianesimo, ma rischia di essere inadeguato così come il veganesimo. Latte, uova ed alimenti ricchi di vitamina B12, oltre a ferro e omega 3 devono trovare posto in tavola per un corretto sviluppo dei bambini. Fin dai primi mesi di vita la scelta migliore è quella che prevede il consumo prevalente di alimenti vegetali e l’uso limitato di prodotti animali. A evidenziarlo sono i pediatri, che a Caserta sono riuniti per un corso organizzato dalla Sipps e dalla Federazione Italiana Medici Pediatri. Si comincia proprio con una sessione “Diete vegetariane in gravidanza e in età evolutiva”.

La Sipps, insieme alla Fimp e alla Società Italiana di Italiana di Medicina Perinatale ha deciso di approfondire, attraverso un Position Paper, il problema dell’adeguatezza delle diete vegetariane relativamente alla crescita ed allo sviluppo neurocognitivo dei bambini. “Anche in Italia, come nel resto del mondo – spiega Margherita Caroli, coordinatore del Position Paper – il numero delle persone che abbracciano stili alimentari diversi, fra cui quelli vegetariani, declinati nelle varie forme, è in aumento. In alcuni casi intere famiglie, a volte con conoscenze nutrizionali insufficienti, abbracciano nuovi modelli alimentari, intraprendendo un percorso che necessita peraltro di assunzioni calibrate dei diversi alimenti. I bambini quindi, soprattutto in questi casi, potrebbero venir esposti a stili alimentari non ideali per la loro crescita”.

“Per un corretto sviluppo del bimbo – afferma Andrea Vania, Professore di Nutrizione Pediatrica all’Università La Sapienza di Roma – le diete latto-ovo-vegetariane e vegane sono inadeguate, soprattutto considerando l’ambito neurologico, psicologico e quello motorio”. “La centralità del bambino – conclude Giuseppe Di Mauro, Presidente Sipps – è da sempre l’obiettivo primario per le diverse componenti dell’universo pediatrico”.

 

Una rara vitamina protegge i vasi sanguigni dall’invecchiamento

In particolare riduce la pressione alta: è presente in alimenti come il latte.

Una vitamina rara, la nicotinamide riboside, è risultata efficace contro l’invecchiamento dei vasi sanguigni e contro la pressione alta: è l’esito di un trial clinico pilota su un piccolo gruppo di persone, condotto presso l’Università del Colorado a Boulder da Doug Seals. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature Communications. La nicotinamide riboside è una forma rara della vitamina B3 e si trova naturalmente nel latte o nella birra. Numerosi studi in passato ne hanno attestato le innumerevoli proprietà benefiche per l’organismo: ad esempio contrasta gli effetti di una alimentazione ricca di grassi, agevola l’esercizio fisico, migliora la risposta del corpo all’ormone che regola lo zucchero nel sangue (insulina).  

In questa ricerca gli esperti hanno visto che una dose quotidiana della vitamina contribuisce a ridurre la rigidità delle pareti delle arterie (segno tipico dell’invecchiamento) e anche la pressione alta. Questa vitamina serve nell’organismo come precursore di un composto importantissimo, il ‘NAD+’, fondamentale per le cellule. Gli esperti Usa hanno coinvolto 24 individui dai 55 ai 79 anni dividendoli in due gruppi: al primo hanno somministrato 1 milligrammo di nicotinamide riboside al giorno per sei settimane e poi per le successive sei un milligrammo di placebo; il secondo gruppo ha fatto il contrario. Ebbene, si è visto che in concomitanza con l’assunzione di nicotinamide riboside aumenta nell’organismo la quantità di NAD+ e soprattutto si riduce di 10 punti in media la pressione del sangue, una riduzione che si traduce nella diminuzione del 25% del rischio infarto.    Servono ora nuovi studi su un gruppo più ampio di individui per confermare questo dato, concludono gli autori del lavoro.