Nutrizione News

Al via progetto Nutripedia
per combattere le fake news e offrire corrette risposte alle famiglie

È stato presentato a Milano, in una sessione del congresso “La pediatria nella pratica clinica”, il progetto Nutripedia – informati per crescere. Si tratta della prima enciclopedia partecipata e in continua evoluzione sulla nutrizione di mamma e bambino, nata come frutto della collaborazione tra gli esperti di Rimmi (Rete interaziendale Milano materno infantile) e la Fondazione Istituto Danone: un percorso di informazione ed educazione alla corretta nutrizione nei primi 1.000 giorni di vita, importanti per la salute futura del bambino. «Nel progetto sono stati coinvolti non solo specialisti ma anche genitori e blogger» spiega Gian Vincenzo Zuccotti, coordinatore steering committee Rimmi, direttore del Dipartimento di Pediatria dell’Ospedale dei bambini V. Buzzi di Milano e docente di Pediatria all’Università degli studi di Milano. Il sito, prosegue Zuccotti, rappresenta una piattaforma attraverso la quale pediatri, ginecologi e nutrizionisti sono al fianco dei genitori, con l’obiettivo di opporsi alle informazioni confuse e scorrette, le tante ‘fake news’ che purtroppo imperversano anche nel campo della nutrizione infantile. In rete si trovano infatti risposte del tutto errate ai dubbi delle madri «dalle quali noi siamo partiti per offrire risposte motivate scientificamente, poi riportate sul portale. Un portale» specifica lo specialista «che è opportuno sia a conoscenza anche dei pediatri affinché a loro volta lo consiglino alle famiglie che si presentano nei loro studi. Non vuole essere naturalmente uno strumento che si sostituisca ai pediatri, però in alcuni momenti in cui vi può essere l’urgenza per un genitore di avere una risposta corretta a un quesito, in attesa di contattare lo specialista è un mezzo preferibile rispetto alla “navigazione a vista” sul web, con il rischio di trovare false informazioni».

«La nutrizione rappresenta un elemento fondamentale, soprattutto oggi che vige la convinzione sbagliata che una buona e sana alimentazione implichi direttamente la rinuncia a cibi gustosi mentre non è assolutamente così, e in questo campo in ginecologia spesso vengono proposti regimi eccessivamente restrittivi» afferma Annamaria Marconi, docente di Ginecologia e Ostetricia dell’Università di Milano, direttore Ginecologia e Ostetricia Presidio ospedaliero San Paolo Asst Santi Paolo e Carlo, Milano. «In tal senso Nutripedia è veramente un canale d’informazione non solo per le donne nei primi 1.000 giorni di vita del bambino ma anche per i medici, in quanto offre dati semplici ma importanti, in un linguaggio fruibile e che possono essere approfonditi da chiunque». «Quasi quotidianamente ci imbattiamo e “scontriamo” con le conseguenze di azioni errate compiute anche involontariamente da genitori a causa delle fake news trovate nei blog» aggiunge Elvira Verduci, pediatra ricercatore universitario Ospedale San Paolo, dipartimento Scienze della salute Università di Milano, segreteria Tavolo nutrizione Rimmi. «Un esempio fra tanti: nel caso di un bambino che si presenta con una gastroenterite se questo è in buona nutrizione risponde molto meglio al trattamento e dati scientifici dimostrano che c’è una durata di ospedalizzazione inferiore. Soprattutto è importante l’atto preventivo: nel senso che stiamo lottando, sulla base di informazioni evidence-based, contro fake news che possono mettere a repentaglio la salute del bambino collegata sia all’eccesso sia al difetto di peso».

«Anche sull’aumento di peso in gravidanza nelle cliniche vengono dati numeri variati e spesso errati» riprende Marconi. «In realtà esistono dati precisi e convalidati da un grandissimo studio pubblicato dall’Institute of Medicine nel 2009, che valgono in tutto il mondo. Secondo tali indicazioni l’aumento di peso in gravidanza deve essere commisurato all’indice di massa corporea della donna all’inizio della gravidanza stessa». Questi dati sono stati ottenuti dopo aver valutato retrospettivamente centinaia di migliaia di gravidanze. «Si sono viste quelle che andavano meglio – cioè che esitavano con un bambino nato a termine, un peso adeguato, una madre che non aveva avuto complicazioni, un bambino che era stato dimesso con la mamma senza complicazioni – ed è stato commisurato tale aumento con l’indice di massa corporea, ottenendo così valori minimi e massimi» spiega la ginecologa. «Il che vuol dire che se una donna aumenta di 11,5 chili in gravidanza potrebbe avere in alcuni casi qualche problema mentre 11,5 chili è il valore massimo che viene invece consigliato da tutti ginecologi. Anche per i medici è dunque importante una piattaforma come Nutripedia». Un’altra tipica domanda che viene posta dalle madri e alle quali viene data spesso una risposta errata riguarda l’introduzione del latte vaccino nell’alimentazione del bambino. «Il latte vaccino non deve essere dato nel primo anno di vita» spiega Elvira Verduci. «Queste sono evidenze scientifiche consolidate. Mentre qualche anno fa si diceva piccole quantità anche a partire dai nove mesi, oggi non è assolutamente così secondo le nuove linee guida. Questo è dovuto fondamentalmente a due motivazioni nutrizionali: vi è un eccesso di proteine nel latte vaccino rispetto a quello materno (una quantità circa tre volte maggiore) e tale eccesso di proteine si è dimostrato associato a un’accelerazione di peso per lunghezza». «Il sito Nutripedia ha già avuto molti contatti ma stiamo già lavorando a un’App, che verrà lanciata il prossimo mese, che rappresenta un altro modo di aiutare le famiglie» conclude Zuccotti.

 

Celiachia, specifici probiotici possono ridurre
dolore e sintomi gastrointestinali nei pazienti a dieta

I soggetti celiaci presentano un’alterazione del microbiota intestinale rispetto alla popolazione sana. Da questa osservazione prende vita l’ipotesi che, agendo sul microbiota con la somministrazione di specifici ceppi di batteri, sia possibile modificare le manifestazioni della celiachia, malattia autoimmune multifattoriale su base genetica che interessa oltre l’1% della popolazione e si manifesta a qualsiasi età.

«Attualmente sappiamo che i fattori determinanti sono genetici uniti a fattori esterni, come l’ingestione del glutine, ma potrebbero esserci altri elementi responsabili della patologia» spiega il prof. Carlo Catassi, Direttore della Clinica Pediatrica Universitaria Politecnica delle Marche. «Possono influire sull’insorgenza della celiachia infezioni riscontrate da bambino, alimentazione infantile, somministrazione di antibiotici. Questi fattori possono modificare il microbiota intestinale, cioè la flora batterica presente nel nostro intestino, che può a sua volta influenzare la funzione immunitaria e la permeabilità intestinale. Sulla base di quanto sopra, possiamo affermare che il microbiota potrebbe giocare un ruolo nello scatenare la patologia celiaca in un soggetto predisposto».

Tale ipotesi è stata verificata attraverso uno studio condotto dall’università di Bari e pubblicato in aprile sul Journal of Clinical Gastroenterology. Lo studio, randomizzato e in doppio cieco, ha arruolato 109 pazienti celiaci che, sebbene a dieta aglutinata da due anni, presentavano ancora sintomi gastrointestinali. A un gruppo di pazienti è stata somministrata per sei settimane una miscela di probiotici, lattobacilli e bifidobatteri, carenti nel microbiota degli individui celiaci. Più precisamente si tratta di cinque ceppi in totale: due di Lattobacilli (Lactobacillus plantarum 14D – CECT 4528; Lactobacillus casei LMG P-17504) e tre ceppi Bifidobatteri (B.breve LMG P-17501, B.breve LMG P-17500 e B.animalis subsp. Lactis LMG P-17502). I risultati dello studio sono stati ben accolti dai ricercatori; rispetto ai pazienti che hanno assunto un placebo, quelli trattati hanno mostrato un miglioramento significativo dei livelli di dolore e una modifica del microbioma.

«Alla fine del trattamento si è registrato un aumento di Lattobacilli e Bifidobatteri nel gruppo di pazienti trattati con il probiotico multiceppo e l’aumento dei Bifidobatteri è stato confermato anche dopo le sei settimane di follow up. Non sono stati segnalati eventi avversi», conclude il professor Francavilla. Pediatra Gastroenterologo della Clinica Pediatrica Universitaria Ospedale Pediatrico Giovanni XXIII di Bari.

L’incidenza della celiachia è in aumento rispetto al passato, sia per ragioni ancora poco chiare, sia per la maggior accuratezza dei mezzi diagnostici attualmente disponibili. Si sa che la malattia è ugualmente diffusa in tutto il mondo e che contrariamente a quanto si riteneva fino a 40 anni fa può insorgere anche in età adulta, con una sintomatologia sfumata ed aspecifica, spesso sovrapponibile a quella della sindrome del colon irritabile (Ibs); anche a questo si deve l’esistenza nell’adulto di un ritardo diagnostico che può raggiungere i dieci anni. Rispetto ad alcune decine di anni fa sono mutati anche i criteri di diagnosi: «un tempo prevaleva la conoscenza della forma classica, con esordio entro i primi anni di vita e compromissione della crescita» spiega Basilio Malamisura, Direttore U.O. di Pediatria e Centro di riferimento regionale per la Celiachia, A.O. Universitaria di Salerno. «In anni successivi la malattia è stata riscontrata in pazienti ai quali non si sarebbe mai pensato di poterla attribuire, come donne con anemia inspiegata, tendenza all’aborto, osteoporosi». «La classe pediatrica è in generale più attenta», prosegue Malamisura, proprio perché la celiachia è sempre stata considerata una malattia dell’età infantile. Se nell’adulto la conferma definitiva della celiachia si ottiene con la biopsia duodenale, gli attuali orientamenti per i soggetti fino a 18 anni di età indicano, in alcuni casi, un percorso più breve che in presenza di anticorpi diretti contro la transglutaminasi e anticorpi anti-endomisio fuori norma, quadro clinico chiaro e assetto genetico compatibile, esclude l’endoscopia e permette di porre direttamente la diagnosi di celiachia».

 

Da corsa a camminata, sport aerobico allena anche la mente

Dalla corsa, alla camminata alla bicicletta, l’attività fisica aerobica fa bene non solo al fisico, ma migliora le capacità mentali anche dei ventenni. E gli effetti positivi aumentano con l’età, per cui più si sale con gli anni più la mente trae beneficio da questo tipo odi attività. Lo rivela una ricerca condotta presso la Columbia University Vagelos College of Physicians and Surgeons, che ha coinvolto 132 adulti tra i 20 ed i 67 anni. Ad aumentare sono l’abilità nel ragionamento, nella pianificazione, nella risoluzione dei problemi.  Finora gli effetti della pratica sportiva sulla mente erano stati indagati soprattutto sugli anziani. In questo lavoro il campione è stato suddiviso in gruppi: uno doveva svolgere esercizio aerobico, l’altro (gruppo di controllo) doveva praticare stretching e i classici esercizi di ginnastica che servono a migliorare la stabilità della parte centrale del corpo (dagli addominali alle flessioni). Gli allenamenti richiesti erano tre a settimana ad un’intensità calibrata sul singolo individuo.

A 12 e 24 settimane di allenamento tutti i partecipanti sono stati valutati sul piano cognitivo con dei test ed è emerso che l’esercizio aerobico si associa ad un miglioramento delle funzioni esecutive, come ragionamento e pianificazione.  L’aumento di tali capacità, appunto, è tanto più significativo quanto maggiore è l’età dell’individuo. “Le funzioni esecutive di solito raggiungono un picco a 30 anni – spiega l’autore del lavoro, Yaakov Stern – ritengo che l’esercizio aerobico favorisca il recupero di funzioni mentali via via ridotte con l’età, piuttosto che essere in grado di migliorare le performance di individui giovani ancora lontani dal declino mentale”. Ad ogni modo, conclude Stern, alla fine delle 24 settimane tutti coloro che hanno svolto il training aerobico – indipendentemente dall’età – presentavano anche un aumento dello spessore della corteccia cerebrale nel lobo frontale, sede delle funzioni esecutive.

 

False intolleranze alimentari e disturbi dell’alimentazione

I test d’intolleranza alimentare sono spesso usati in modo improprio nei pazienti affetti da disturbi dell’alimentazione, in particolare in quelli che riportano la comparsa di sintomi gastrointestinali non specifici. L’ipotesi alla base dell’uso di questi test è che l’eliminazione mirata di alcuni alimenti, cui l’individuo è “intollerante”,  possa produrre un miglioramento dei sintomi gastrointestinali e quindi favorire il ripristino di un’alimentazione regolare.

Un resoconto, confermato da numerosi casi clinici che abbiamo seguito in questi ultimi anni, ha descritto casi di anoressia nervosa sviluppatisi in individui che hanno seguito le indicazioni dietetiche di un test d’intolleranza alimentare. I casi riportati erano relativi a giovani donne in normopeso che lamentavano sintomi gastrointestinali vaghi in assenza di danni organici documentati. È stato ipotizzato che l’insorgenza dei sintomi gastrointestinali in queste persone sia scatenato da fattori stressanti e non dall’intolleranza ad alcuni alimenti. Il fattore di mediazione tra stress e sintomatologia dispeptica potrebbe essere l’ormone di rilascio della corticotropina che, almeno nei pazienti con sindrome dell’intestino irritabile, sembra agire centralmente modulando sia la motilità sia i sintomi gastrointestinali.

Il rischio di sviluppare un disturbo dell’alimentazione in seguito alla prescrizione di una dieta che indica di eliminare numerosi alimenti per ridurre la sintomatologia dispeptica sembra particolarmente elevato nelle adolescenti e nelle giovani donne che hanno una necessità di autocontrollo in generale (per es. il controllo in vari aspetti della vita come la scuola, il lavoro, lo sport o altri interessi). Seguire una dieta rigida facilita infatti lo spostamento del controllo dagli aspetti generali della vita verso il controllo predominante sull’alimentazione per due motivi principali:

     1. Il controllo dell’alimentazione è vissuto come un comportamento di successo in un contesto di fallimento percepito in altre aree delle vita;

     2. La riduzione dell’assunzione calorica e di alimenti come i carboidrati che producono fermentazione determina spesso a breve termine una riduzione della sintomatologia gastrointestinale.

I sintomi gastrointestinali, dopo una breve fase di miglioramento, tendono però ad accentuarsi per l’azione combinata di vari meccanismi operanti simultaneamente, come per esempio il porre un’eccessiva attenzione alle sensazioni addominali che normalmente non sono notate e gli effetti negativi della dieta e della perdita di peso sullo svuotamento gastrico. Questi fattori, associati alla paura che l’introduzione degli alimenti “intolleranti” possa esacerbare i sintomi gastrointestinali e ad altri rinforzi cognitivi e interpersonali, innescano e poi mantengono nel tempo il disturbo dell’alimentazione ed ostacolano il recupero del peso e il trattamento.

Nei casi in cui è presente una presunta intolleranza a vari alimenti, è opportuno che il paziente faccia una valutazione da uno specialista in allergologia che, nella maggior parte dei casi non confermando la presenza dell’intolleranza può aiutare il paziente affetto da disturbi dell’alimentazione a intraprendere un trattamento psicologico evidence-based, come la terapia cognitivo comportamentale migliorata, che lo aiuta da una parte ad affrontare gradualmente i cibi evitati e la restrizione dietetica cognitiva e calorica e dall’altra a sviluppare uno schema di autovalutazione più articolato e non basato in modo predominante sul controllo dell’alimentazione, del peso e della forma del corpo.
Riccardo Dalle Grave

 

Frodi alimentari: alcuni esempi

Sebbene non esista una definizione armonizzata di frode alimentare, con tale concetto si intende comunemente una violazione di legge compiuta intenzionalmente allo scopo di conseguire un indebito profitto economico.

La Commissione europea riconosce infatti la sussistenza della frode alimentare in presenza di quattro elementi chiave: la violazione di una norma in materia di alimenti, l’intento fraudolento della propria azione o omissione, l’ottenimento di vantaggio economico dal comportamento illecito e l’inganno a danno del consumatore.

Le frodi alimentari si distinguono in due tipologie: quelle di natura sanitaria, che incidono sulla salute dei consumatori e quelle di natura commerciale che, pur non determinando concreto o immediato nocumento per la salute pubblica, favoriscono illeciti profitti a danno del consumatore.
Il codice penale disciplina tra o “delitti di comune pericolo mediante frode” i casi di avvelenamento, adulterazione, contraffazione di sostanze alimentari o detenzione per il commercio di sostanze o cose da altri avvelenate, adulterate o contraffatte in modo pericoloso per la salute pubblica. Esso, inoltre, disciplina la frode in commercio, includendo in tale definizione la condotta di colui che “nell’esercizio di un’attività commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità o quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita…” (art. 515 CP).

Tra i più comuni casi di frode rientrano:

  • Sofisticazione: aggiunta di sostanze estranee all’alimento che ne alterano l’essenza, corrompendo o viziando la composizione naturale e simulandone la genuinità con lo scopo di migliorarne l’aspetto o di coprirne difetti (ad es. aggiunta di zuccheri a vini coperti da disciplinare, utilizzo di additivi non autorizzati per modificare la colorazione del tonno);
  • Adulterazione: alterazione della struttura originale di un alimento mediante la sottrazione di elementi propri dello stesso o la sostituzione di tali elementi con altri di natura estranea ovvero mediante la modifica delle quantità proporzionali dei suoi componenti (ad es. mozzarelle di bufala prodotte con latte vaccino o utilizzo di metanolo nel vino);
  • Contraffazione: la costruzione di un alimento avente l’apparenza della genuinità ma prodotto con sostanze diverse, per qualità o quantità, da quelle che normalmente concorrono a formarlo (ad es. olio di semi addizionato con clorofilla e commercializzato quale olio extravergine di oliva);
  • Frode in commercio: vendita di un prodotto avente diversa origine rispetto a quella dichiarata al consumatore.

La frodi alimentari costituiscono un danno ingente al settore alimentare, sia in termini di perdita di fiducia da parte del consumatore nella filiera, sia per i danni economici patiti dagli operatori onesti. La Commissione europea e le autorità nazionali, tuttavia, stanno compiendo enormi progressi nella lotta al fenomeno.

 

I batteri dell’intestino possono predire l’obesità nei bimbi

La composizione del microbiota intestinale, l’insieme di microrganismi che a migliaia di miliardi abitano l’intestino umano, può aiutare a predire il rischio di obesità infantile. A suggerirlo è un gruppo internazionale di ricercatori tra cui studiosi dell’università di Bologna, in un lavoro pubblicato su ‘Communications Biology’ (gruppo Nature). I risultati mostrano come all’interno del ‘puzzle’ di fattori che portano all’obesità ci siano specifiche configurazioni del microbiota che possono favorirne lo sviluppo. Conoscerle può quindi permettere di definire regimi alimentari personalizzati, utili a combattere l’eccessivo aumento di peso nei bambini. Gli autori hanno avuto la possibilità, nel contesto del progetto europeo ‘MyNewGut’ – riporta una nota dall’ateneo Alma Mater – di analizzare la composizione del microbiota di 70 bambini in due diversi momenti: all’inizio dello studio, quando tutti avevano un peso normale, e a distanza di 4 anni, quando 36 di loro avevano acquisito un peso eccessivo. Confrontando i dati raccolti insieme alle informazioni sulle abitudini alimentari e ad altri parametri antropometrici, biochimici e immunologici, i ricercatori hanno messo a punto un quadro che indica un possibile ruolo del microbiota nel processo di sviluppo dell’obesità.

“I nostri risultati – spiega Patrizia Brigidi, professoressa dell’ UniBo tra gli autori dello studio – mostrano che i bambini che hanno acquisito peso eccessivo mangiando cibo con alto contenuto di grassi e carboidrati possiedono anche un alto grado di infiammazione sistemica e un profilo alterato di microbiota intestinale, con un basso livello di biodiversità”. Specifiche abitudini alimentari possono insomma agire sulla configurazione del microbiota e di conseguenza anche su parametri metabolici e infiammatori. “In alcuni casi però – aggiunge Simone Rampelli, ricercatore UniBo – queste combinazioni di dieta, infiammazione e microbiota erano già presenti prima dello sviluppo dell’ obesità, il che suggerisce una sorta di potenziale predittivo dell’ asse microbiota-dieta-ospite”.

Secondo gli studiosi, “che il microbiota intestinale abbia un ruolo rilevante per la salute dell’ uomo è ormai certificato da numerosissimi studi scientifici. Molte ricerche, in particolare, hanno messo in luce come il complesso sistema di microrganismi che abita il nostro intestino sia un mediatore chiave per regolare l’ impatto delle abitudini alimentari sul metabolismo e in generale sul nostro stato immunologico. Per questo – evidenziano – si ritiene che il microbiota sia anche capace di influenzare la nostra predisposizione a sviluppare disordini di diversa natura, inclusi quelli associati a una cattiva alimentazione”. La specifica configurazione del microbiota, insieme ai dati sulle abitudini alimentari, può essere dunque utilizzata per fornire indicazioni sul pericolo di sviluppare forme di obesità nei bambini.

“In questa visione – conclude Silvia Turroni, altra ricercatrice UniBo coinvolta nello studio – il microbiota altro non è che una singola, ma importante tessera di un mosaico complesso di fattori che concorrono allo sviluppo dell’obesità”. Tenere sotto controllo questo sistema intrecciato di elementi diventa allora molto importante per garantire la salute dei bambini: “Lo studio del microbiota potrebbe diventare la chiave per mettere a punto raccomandazioni alimentari su misura, evitando così il rischio di eccessivi aumenti di peso”, concludono i ricercatori. Lo studio è firmato da Simone Rampelli, Kathrin Guenther, Silvia Turroni, Maike Wolters, Toomas Veidebaum, Kourides Yiannis, Dénes Molnár, Lauren Lissner, Alfonso Benitez-Paez, Yolanda Sanz, Arno Fraterman, Nathalie Michels, Patrizia Brigidi, Marco Candela e Wolfgang Ahrens. Per l’ ateneo Alma Mater sono stati coinvolti i ricercatori del Laboratorio di Ecologia microbica della salute attivo al Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie.

 

I datteri: una fonte di antiossidanti, ma attenzione alle aflatossine

Il dattero è un frutto sempre più apprezzato sulle nostre tavole e rientra perfettamente all’interno di un regime associato alla dieta mediterranea. La polpa di dattero è povera di grassi e proteine, ma anche ricca di zuccheri semplici, principalmente fruttosio e glucosio.

È un’alta fonte di energia, poiché 100 g di polpa di dattero possono fornire una media di 314 kcal. I minerali maggiormente presenti sono il selenio, il rame, il potassio e il magnesio. Il consumo di 100 g di datteri può fornire oltre il 15% della dose giornaliera raccomandata di questi minerali. Contiene inoltre un alto contenuto di fibre alimentari (8,0 g / 100 g). I datteri inoltre sono una buona fonte di antiossidanti, principalmente carotenoidi e composti fenolici. I semi contengono più proteine (5,1 g / 100 g) e grassi (9,0 g / 100 g) rispetto alla polpa. I semi sono ricchi anche di fibre alimentari (73,1 g / 100 g), composti fenolici (3942 mg / 100 g) e antiossidanti (80400 μ mol / 100 g).
Come dimostrano numerosi studi, il contenuto di antiossidanti nell’olio di semi di dattero (DSO) è stato trovato comparabile all’olio d’oliva. Anche il contenuto di acidi grassi è sovrapponibile, dove l’acido oleico è il principale acido grasso presente, seguito da laurico, acido linoleico, palmitico e miristico. Inoltre, l’olio di dattero mostra tra i più alti livelli in vitamina E, se confrontato con altri olii.
I datteri però possono essere fonte di aflatossine, sostanze epatotossiche e dotate di elevato potere cancerogeno. La contaminazione è dovuta al livello di umidità e al livello di conservazione. Per questo motivo attenzione nel valutarne la provenienza e la certificazione, a tal proposito l’EFSA ha valutato la possibilità di stabilirne un limite massimo per preservare la salute del consumatore qualora fosse valutato l’aumento dei livelli di aflatossine in datteri.

 

Junk food? Basta annusarlo

Un trucco per resistere al junk food c’è: sentire l’odore del cibo per almeno due minuti appaga non solo il desiderio, ma anche la pancia. In poche parole, quasi come se avessimo mangiato davvero panini e patatine. Questo perché il cervello non differenzia necessariamente la fonte del piacere sensoriale. Lo rileva una ricerca dell’Università della Florida del Sud, pubblicata sul Journal of Marketing Research.

“Il profumo ambientale può essere un potente strumento per resistere alle voglie di cibi poco salutari – evidenzia l’autore principale dello studio Dipayan Biswas – in effetti, sottili stimoli sensoriali come i profumi possono essere più efficaci nell’influenzare le scelte alimentari dei bambini e degli adulti rispetto alle politiche restrittive”.

I ricercatori hanno condotto una serie di test utilizzando un nebulizzatore poco appariscente, che emanava separatamente il profumo di cibi sani e altri che lo erano meno (biscotti o fragole, pizza o mele). E’ emerso  che i partecipanti esposti all’odore dei biscotti per meno di 30 secondi erano più propensi a volerne uno.

Al contrario, quelli che ne hanno sentito il profumo per più di due minuti, non li hanno trovati desiderabili e hanno optato, invece, per le fragole. Gli stessi risultati si sono avuti quando sono stati testati i profumi di pizza e mele. Gli studiosi evidenziano che dal momento che i cibi sani non emanano molto profumo ambientale, in genere non sono collegati alla ricompensa, quindi influenzano poco ciò che ordiniamo.

 

Metà degli italiani in sovrappeso, aumenta l’obesità

 “Ben il 50% della popolazione adulta è in sovrappeso e, addirittura, obesa: il tasso di obesità è dell’11%, pari in valore assoluto a 5,3 milioni di persone, ed è cresciuto di oltre il 20% in 10 anni: un dato davvero allarmante, soprattutto perché l’aumento maggiore riguarda i più i giovani”. E’ quanto sottolinea il Rapporto Ristorazione della Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi, presentato oggi a Roma. Quest’anno il report ha voluto indagare approfonditamente ‘I nuovi stili alimentari degli italiani’. “I dati dicono che i cittadini consumano meno pane e meno pasta, quindi, evidentemente, questo sovrappeso deriva dal consumo di carboidrati semplici e non complessi – ha affermato nel suo intervento il ministro della Salute Giulia Grillo intervenuta alla presentazione. Dai dati che abbiamo, c’è anche un alto consumo di bevande zuccherate e di zuccheri semplici, ovvero dolciumi. Questi, sotto il profilo nutrizionale sono i più dannosi, perché c’è un aumento dell’indice glicemico e poi del rischio di diabete di tipo 2. Anche su questo – sostiene Grillo – credo che possa essere importante il ruolo degli esercizi commerciali: riscoprire dessert con vecchie ricette, dolci con poco zucchero o essere innovativi con ingredienti a base di zuccheri a minor velocità di assorbimento glicemico”.

Italiani più informati e attenti alla salute ‘nel piatto’. “Il 97,1% degli intervistati è consapevole del fatto che la nostra salute e il nostro benessere dipendono da ciò che mangiamo. Il 71,8% si informa, durante la scelta del piatto, sulla qualità e la provenienza dei prodotti utilizzati, e più dell’ 89,1% ritiene che anche i locali siano più attenti a offrire alla clientela piatti salutistici”. “Nonostante questa rinnovata attenzione al benessere che si nota tra gli italiani, solo il 53,3% degli intervistati dichiara di consumare verdure e ortaggi quotidianamente – sottolinea il rapporto – ciò significa che una persona su due continua ad avere un’alimentazione che non prevede quotidianamente una porzione di verdure. Si nota comunque un trend di crescita rispetto al 2005, in cui il consumo quotidiano di verdura era abitudine solo per il 48,9%. Sempre più consapevole è anche il consumo di sale che si riflette nella scelta, sempre più popolare, di sale arricchito di iodio. È interessante osservare che l’attenzione non è aumentata solo tra persone nelle fasce d’età maggiori, ma anche tra giovani e giovanissimi”.

 

Obesità infantile: cattive abitudini per 2 bambini su 10

Cattive abitudini alimentari e scorretti stili di vita e non malattie genetiche o endocrine alla base dell’obesità infantile. Ad ammonire soprattutto i genitori che tendono sempre più spesso a riconoscere tardi l’eccesso di peso dei propri figli, sottovalutando gli errori alimentari e lo stile di vita sedentario che ne sono alla base, sono i pediatri della Società italiana di pediatria.

In Italia, a dieci anni, 2 bambini su 10 sono in sovrappeso e 1 su 10 ha l’obesità, un primato europeo. Il problema può iniziare molto presto e raggiungere livelli preoccupanti di gravità, con notevoli ripercussioni sulla salute a breve e a lungo termine. I continui squilibri positivi tra assunzione calorica e spesa energetica impiega alcuni anni per manifestarsi. L’organismo accumula le calorie in eccesso aumentando il volume e il numero delle cellule adipose. Mentre il volume delle cellule adipose può essere ridotto con la terapia, assai difficile ridurre il numero delle cellule adipose stesse. Questa è una delle principali cause della difficoltà ad ottenere una guarigione completa dell’obesità una volta che si sia manifestata, dicono gli esperti.

Spesso i genitori pensano erroneamente che con la crescita il bambino dimagrisca spontaneamente, e hanno scarsa consapevolezza delle complicanze associate all’obesità. “Non esistono farmaci per trattare il bambino con obesità”, sottolineano i pediatri, “piuttosto lo scopo della terapia è l’acquisizione e il mantenimento di un bilancio energetico negativo, cioè la riduzione dell’introito calorico rispetto al fabbisogno energetico per un periodo di tempo sufficiente a raggiungere un miglioramento del rapporto tra peso e statura”. E aggiungono: “Affinché la terapia abbia successo è indispensabile modificare il comportamento del bambino e della famiglia attraverso un’educazione continua su abitudini e stile di vita”.

 

Prevenzione oncologica:
ecco le raccomandazioni relative alla dieta del Wcrf

Il Fondo Mondiale per la Ricerca sul Cancro (Wcrf), ha condotto un’opera di revisione di tutti gli studi scientifici sul rapporto fra alimentazione e tumori in cui viene sottolineato come sia possibile ottenere un vantaggio per la protezione dai tumori seguendo tutte e dieci le raccomandazioni, inserite in un modello integrato di comportamenti relativi anche alla dieta e all’attività fisica.

Di seguito le raccomandazioni:

  1. Mantenere il peso corporeo nel range di normopeso evitando incrementi durante l’età adulta.
  2. Essere fisicamente attivi nell’ambito della vita di tutti i giorni: camminare di più e stare meno seduti. Gli adulti dovrebbero praticare settimanalmente almeno 150 minuti di attività fisica aerobica di moderata intensità o almeno 75 minuti di attività fisica aerobica vigorosa (o un’associazione delle due intensità).
  3. I cereali integrali, gli ortaggi, la frutta e i legumi devono rappresentare una quota importante della dieta quotidiana: almeno 5 porzioni (400 g) di vegetali non amidacei e frutta ogni giorno.
  4. Limitare il consumo di cibi «fast food» e altri cibi processati con contenuto elevato di grassi, amidi e zuccheri.
  5. Consumare solo quantità moderate di carne rossa, come manzo, maiale, agnello: massimo tre porzioni la settimana (circa 350-500 g di peso cotto). Assumere meno carne processata possibile (affettati e insaccati).
  6. Limitare il consumo di bevande zuccherate, bere principalmente acqua e bevande non zuccherate.
  7. Non assumere alcol.
  8. Non utilizzare supplementi in genere per la prevenzione oncologica: soddisfare i fabbisogni nutrizionali attraverso una dieta varia.
  9. L’allattamento al seno è un bene per la madre e per il bambino.
  10. Al termine delle cure oncologiche, possono essere seguite le stesse raccomandazioni. È bene affidarsi a figure professionali qualificate per ricevere le informazioni corrette su alimentazione e attività fisica.

Fonti:
Third expert report “Diet, nutrition, physical activity and cancer: a global perspective”, World Cancer Research Fund

 

Infarto e ictus diminuiscono con l’assunzione di omega-3

Gli acidi grassi omega-3 hanno un ruolo importante nella prevenzione primaria dell’infarto miocardico e degli eventi cardiovascolari gravi nei soggetti a rischio, secondo quanto confermano i risultati degli studi Reduce-IT e Vital, presentati al Congresso dell’American Heart Association (AHA) e pubblicati sul New England Journal of Medicine. Il primo studio, Reduce-IT, che ha interessato più di 8.000 persone con trigliceridi compresi tra 150 e 500 mg/dl, in terapia con statine, ha mostrato che il rischio di eventi ischemici tra cui la morte cardiovascolare, è risultato significativamente più basso tra i pazienti che hanno assunto 2 g di un prodotto concentrato a base di un acido grasso omega-3 (EPA) due volte al giorno rispetto a quelli che hanno assunto un placebo. In particolare, si è vista nel gruppo di trattamento una riduzione degli infarti fatali e non fatali del 31% e degli di ictus fatali o non fatali del 28% rispetto al gruppo di controllo. «La terapia con omega-3 in questa popolazione di pazienti ha ridotto del 20% il rischio di mortalità cardiovascolare» afferma Deepak Bhatt, del Brigham and Women’s Hospital e della Harvard Medical School di Boston, primo nome dello studio. Il secondo studio, VITAL, ha incluso 25.871 americani adulti sani, senza una storia di malattia cardiovascolare pregressa. I soggetti hanno assunto vitamina D3 insieme o in alternativa a 1 g/die di omega-3 per 5,3 anni. L’analisi ha mostrato una riduzione del rischio di infarto del miocardio pari al 28%, che saliva al 50% se si consideravano solo gli infarti fatali. «L’effetto è stato maggiore tra i partecipanti che consumavano poco pesce, nei quali anche la riduzione degli eventi cardiovascolari totali, pari al 19%, è risultata significativa» spiega Jo Ann Manson, prima autrice del lavoro, sempre del Brigham and Women’s Hospital e della Harvard Medical School. Molti studi in passato hanno già evidenziato un effetto positivo degli acidi grassi omega-3 sulla salute cardiovascolare, e come indica anche la European Food Safety Authority (EFSA), questi acidi grassi sono fondamentali per il normale sviluppo di organi e tessuti e per il loro corretto funzionamento, oltre a essere utili per mantenere uno stato di benessere e salute.

 NEJM 2019. Doi: 10.1056/NEJMoa1812792

 

Sale: l’ESAN ribadisce la necessità di abbassare i livelli di consumo,
contro chi mette in dubbio l’efficacia

L’abuso di sale rimane ancora la causa principale dell’aumento di pressione arteriosa con l’età, a sua volta prima causa globale di malattie come infarto, ictus, e insufficienza cardiaca e renale.
Questa è la premessa di uno statement dell’ESAN (European Salt Action Network) appena pubblicato sulla rivista Nutrition, Metabolismand Cardiovascular Disease, organo di stampa della Società Italiana di Nutrizione.

ESAN, che include delegati esperti dai governi di 39 Paesi europei, con il sostegno dell’OMS, ha così voluto ribadire la sua ferma posizione a favore dei programmi di riduzione del consumo di sale nella popolazione secondo le raccomandazioni dell’OMS stessa.

“La pressione alta rimane la prima causa di morte e di disabilità al mondo a causa delle sue complicanze cardiovascolari. D’altra parte un elevato consumo di sale è associato ad aumento della pressione e la riduzione del suo consumo alla riduzione dei valori pressori, come dimostrano molti studi controllati di intervento” afferma  Pasquale Strazzullo, Ordinario di medicina interna presso l’Università Federico II di Napoli e presidente della Società di Nutrizione Umana.

La presa diposizione del Network scaturisce da una recente controversia nata intorno ad alcuni studi “tutti riconducibili ad un unico gruppo di ricerca”, che – secondo ESAN – avrebbero seminato dubbi sulla convenienza di una correzione dell’abuso di sale fino ai livelli auspicati da OMS (meno di 5 grammi al giorno), ottenendo una vasta eco anche dagli organi di informazione. Il pericolo che questo generi comportamenti sbagliati a livello di popolazione e anche nella classe medica è quindi reale. La posizione di OMS circa il consumo di sale è nota da tempo e mira ad una riduzione globale del consumo di sale del 30% rispetto ai valori correnti entro il 2025, fino ad arrivare a 5 grammi/die.
Secondo ESAN infatti gli studi su cui si basano tali confutazioni sarebbero pieni di errori di metodo (dall’inadeguatezza delle stime del reale consumo di sale, al coinvolgimento in questi studi di soggetti con gravi patologie metaboliche e cardiovascolari e in già in cura). Le nuove ricerche metterebbero anche in dubbio che la riduzione a 5 grammi/giorno sia benefica, ipotizzando anzi che sarebbe preferibile un consumo pari a quello in atto nella maggior parte dei Paesi o addirittura più alto.
Studi osservazionali e trial clinici ben condotti invece esistono, ricorda Michael Beer (Swiss Federal Food and Safe Veterinary office, coordinatore dell’ESAN) e “l’evidenza scientifica in favore di un beneficio sostanziale della riduzione del consumo di sale ai livelli indicati da OMS rimane decisamente forte nell’opinione condivisa dagli esperti più attenti alla metodologia delle ricerche pubblicate in letteratura”.

 

Sarcopenia: come contrastare la perdita di massa muscolare

Nel corso della nostra vita raggiungiamo il picco di massa muscolare intorno ai 25 anni d’età e lo manteniamo, in media, fino ai 40 anni. Il fenomeno – entro certi limiti fisiologico – di perdita di massa muscolare è chiamato sarcopenia ed inizia solitamente tra i 40 e 50 anni, rallentabile ma non arrestabile. Clinicamente questa modifica si traduce, da un lato, in una riduzione della forza muscolare, della coordinazione dei movimenti e della velocità del cammino con un maggior rischio di cadute, dall’altro, ad un aumento del rischio di malattie del cuore e dei vasi sanguigni. La sarcopenia grave porta spesso all’invalidità e riduce, quindi, la qualità e le aspettative di vita delle persone che ne sono affette. Un corretto stile di vita può aiutare a prevenire e/o a trattare questa malattia, vediamo allora come dobbiamo comportarci per far fronte ai rischi per la salute arrecati dalla sarcopenia.

Cause della sarcopenia

Per sarcopenia, dal greco “sarx” (σάρξ) = carne + “penìa” (πενία) = perdita, ci si riferisce appunto a una condizione caratterizzata dalla perdita di massa muscolare che si verifica durante l’invecchiamento, in particolare dopo i 65 anni d’età. In media, dai 60 ai 70 anni perdiamo circa l’8% di massa muscolare, ma dopo i 70 anni il processo subisce un’accelerazione: si arriva al 15% per ogni decade, tutto ciò in assenza di ulteriori fattori esterni come altre malattie, interventi chirurgici o periodi di immobilità. A 80 anni, mediamente, si arriva a perdere il 30% della massa muscolare che si aveva a 30 anni, riducendo le aspettative e la qualità della di vita delle persone anziane.

Tra le principali cause di perdita di massa muscolare riconosciute vi sono:

  • cambiamenti ormonali, in particolare la riduzione dei livelli di testosterone negli uomini ed estrogeni nelle donne e la diminuzione dei livelli dell’ormone della crescita e IGF-1;
  • aumentata produzione di citochine, ossia proteine di piccole dimensioni che si legano a specifici recettori presenti sulla membrana e comunicano alla cellula un’istruzione specifica, come lo stimolo a crescere, oppure a differenziarsi o ancora l’ordine di morire;
  • alterazione dello stato ossido-riduttivo cellulare, che sta alla base di diverse patologie;
  • cambiamenti neuromuscolari;
  • inattività fisica;
  • terapia farmacologica (es. sulfaniluree e glinidi hanno un effetto dannoso sul metabolismo muscolare);
  • malnutrizione.

Rischi della perdita di massa muscolare

La riduzione della massa muscolare, alla quale si associa anche una diminuzione della forza e dell’efficienza del muscolo, comporta ovviamente un peggioramento della performance fisica caratterizzato da:

  • rallentamento della marcia
  • precoce esaurimento delle forze fisiche
  • aumento del rischio di caduta

Inoltre, la sarcopenia conduce all’indebolimento del sistema immunitario con conseguenze sulla salute come:

  • maggior rischio di contrarre infezioni
  • aumento della morbilità

Meno muscoli e meno forza significa anche meno movimento e meno nutrimento allo scheletro, quindi ossa più deboli. Non a caso, la sarcopenia e l’osteoporosi vanno spesso a braccetto e sono figlie di meccanismi biologici il più delle volte comuni. L’associazione di queste due condizioni patologiche, fortunatamente non sempre presente, viene definita il “pericoloso duetto” che può rispondere spesso allo stesso tipo di trattamento. Allo stesso modo, la sarcopenia si accompagna di frequente anche all’obesità viscerale (obesità sarcopenica), a causa della minore efficacia del metabolismo , influenzato soprattutto dalla massa magra, che consuma meno i grassi di deposito e li incrementa nel tempo. Con l’avanzare dell’età, infatti, la riduzione della massa muscolare è spesso seguita da un progressivo aumento del tessuto adiposo (viscerale ed intramuscolare) con aumento dei trigliceridi e da una conseguente modificazione della componente corporea, che giustifica l’aumentata insulino-resistenza, tipica del soggetto anziano e il maggior rischio di contrarre patologie cardiovascolari. In definitiva, quindi, possiamo dire che la sarcopenia è correlata ad una serie di eventi avversi diretti e indiretti, che, a vario grado, possono interferire in senso negativo sull’efficienza fisica e sulla qualità della vita.

Come riconoscere la perdita di massa muscolare

Individuare lo stato della sarcopenia è molto importante in termini di trattamento e di prevenzione della patologia. Un’accurata visita medica (esame obiettivo) può già indirizzarci verso una cura adeguata quando sono evidenti delle masse muscolari ipotrofiche (cioè ridotte di volume), ma anche un’anamnesi ponderale che evidenzia un’involontaria perdita importante e repentina di peso, specie se localizzata a livello degli arti inferiori e superiori, può essere utile nel definire il rischio o la presenza di sarcopenia. La misura della massa muscolare può essere rilevata con specifici esami strumentali, quali:

  • la densitometria ossea, cioè lo stesso esame utilizzato anche per la diagnosi di osteoporosi
  • la bioimpedenziometria
  • l’antropometria
  • la plicometria

La diagnosi di sarcopenia si basa anche sulla valutazione della performance fisica e occorre quindi effettuare esami mirati a documentare un’eventuale ridotta forza muscolare. La misurazione della forza fisica prevede l’utilizzo di uno strumento chiamato hand grip, che permette di determinare la forza di contrazione della mano espressa in chilogrammi attraverso un altro apparecchio chiamato dinamometro. Negli uomini, nel caso di stretta al di sotto di 30 kg, siamo di fronte a un fattore di rischio di sarcopenia; nelle donne, invece, il limite è al di sotto dei 20 kg. Per misurare la performance fisica si ricorre alla valutazione della velocità di cammino (walking speed). Se il soggetto preso in esame percorre ad andatura abituale un tratto di 4 metri al di sotto di 0,8 metri al secondo, questo può rappresentare un campanello d’allarme. Queste tre misure (esame per la valutazione della massa muscolare, hand grip e velocità di cammino), insieme, ci consentono di formulare una diagnosi:

  • se tutti i valori rientrano negli standard di normalità, non siamo in presenza di sarcopenia
  • se un solo valore è fuori dai range di normalità, in particolare la massa muscolare, potremmo essere di fronte ad una fase di pre-sarcopenia
  • se la massa muscolare e un altro valore sono fuori soglia, siamo in presenza di sarcopenia
  • se tutti e tre i valori non rispettano gli standard di normalità, parliamo allora di grave sarcopenia

Consigli per prevenire e/o curare la sarcopenia

Mantenere una buona massa muscolare è essenziale per sostenere il metabolismo, le difese immunitarie, la forza fisica e la vitalità. La sarcopenia è un processo patologico insidioso e progressivo correlato all’avanzare dell’età, ma tale processo può essere rallentato attraverso un adeguato apporto proteico e l’attività fisica regolare. Lo stile di vita, infatti, rappresenta uno dei cardini principali per il trattamento della sarcopenia. Fin dalla giovane età, è consigliato adottare un corretto regime alimentare, completo ed equilibrato in micro e macronutrienti, al quale va associato l’esercizio fisico abituale. Difatti, come per l’osso, più si raggiunge un picco di massa muscolare elevato fino ai 25 anni di età, maggiore sarà la probabilità di contrastarne la perdita, poiché si parte da un livello di massa muscolare più elevato. In sintesi:

  1. Allenati con regolarità e costanza. Il miglior tipo di esercizio per contrastare la sarcopenia è quello aerobico (es: camminata, corsa leggera, nuoto, bicicletta, ecc.), da abbinare, per ottenere un effetto ottimale, all’esercizio anaerobico o di contro-resistenza (es: sollevamento pesi con l’ausilio di macchine e attrezzi specifici in palestra). Pratica almeno 150 minuti di attività fisica a settimana, ideale 300 minuti.
  2. Assumi ad ogni pasto un corretto apporto di proteine ad alto valore biologico, condizione indispensabile per riattivare la sintesi proteica muscolare ad ogni età. Le raccomandazioni nutrizionali odierne prevedono, anche nell’anziano, il consumo di 0,8-1,2 grammi pro-chilo di proteine al giorno (in assenza di malattie legate all’insufficienza renale). È importante sottolineare che tale apporto proteico è più funzionale se distribuito durante i pasti principali, non bisogna quindi assumere proteine solo a pranzo o solo a cena. Le proteine ad alto valore biologico (o nobili) si trovano in maggiore quantità in alimenti di origine animale, come carne, pesce, uova, latte e derivati. Dai 65 anni in avanti è bene assumere circa 1-1,2 grammi di proteine per chilo corporeo, considerando anche l’attività fisica svolta. Se con l’alimentazione non si riesce a raggiungere un corretto apporto di proteine, è possibile ricorrere all’utilizzo di integratori, ma attenzione: innanzitutto occorre assumerli solo dopo aver chiesto un parere al vostro medico, il quale deciderà se è opportuno fornirvi o meno la prescrizione per un’eventuale supplementazione, e, in secondo luogo, non bisogna esagerare con le quantità, perché un eccesso di proteine può arrecare danni alla salute.

Si noti che, con il passare degli anni, l’organismo richiede quantità sempre più elevate di proteine, vitamina D , calcio ed altri nutrienti essenziali per la salute dei muscoli e delle ossa, oltre che per il benessere fisico in senso generale. Quindi per contrastare l’avanzamento della sarcopenia è bene seguire un regime alimentare ricco di tali essenziali nutrienti.

 

Test per allergie alimentari:
dal Ministero della Salute i 13 inefficaci

Sarebbero 13 i test attualmente disponibili per diagnosticare le allergie alimentari inefficaci. A mettere sotto accusa test del capello, quello dell’iride, il Vega test e altri sarebbe un documento denominato ”Allergie alimentari e sicurezza del consumatore” pubblicato dal Ministero della Salute sul proprio sito. Questi esami, tuttavia, trovano largo impiego e costringono le famiglie a diagnosi errate ed esami costosi, anche se non hanno un’efficacia dimostrata o ne è stata dimostrata l’inefficacia.

I 13 test nel documento sono il test citotossico di Bryant, il test di provocazione e neutralizzazione sublinguale e intradermico, la kinesiologia applicata, il test del riflesso cardio-auricolare, il Pulse test, il test elettrotermico o elettroagopuntura secondo Voll, il Vega test, il Sarmtest, il Biostrenght test e varianti, la biorisonanza, l’analisi del capello, il Natrix o Fit 184 Test, e il test per la misurazione del Baff (Fattore attivante i linfociti B) e del Paf (Fattore attivante le piastrine).

Tuttavia, rileva il documento, in Italia l’offerta di diagnostica allergologica sul territorio è piuttosto disomogenea e non in grado di fronteggiare una domanda di valutazione così imponente. Il test da carico con alimento, unico vero presidio per la diagnosi definitiva delle allergie alimentari, è condotto solo in poche strutture pediatriche per carenza di personale, mancanza di esperienza, costi e tempo. Le diagnosi erronee portano a sovrastimare le allergie alimentari il che può portare a diete di eliminazione in bambini che non sono allergici, diete inadeguate dal punto di vista nutrizionale e costose, ansia e iperprotezione della famiglia, ritardata guarigione.

 

Una protezione ad ampio spettro dal consumo di fibre alimentari

Più frutta, più verdura, più cereali integrali. È questa la raccomandazione dietetica che si sente ripetere come un mantra dai media, dai nutrizionisti e dalle istituzioni sanitarie. Ma si tratta di raccomandazioni abbastanza generiche, perché non esisteva – almeno finora – un riferimento quantitativo certo. Questa mancanza è stata ora colmata da un’ampia review commissionata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ora pubblicata su The Lancet. E il risultato è molto significativo: consumare da 25 g a 29 g di fibra alimentare al giorno consente di ridurre l’incidenza della malattia coronarica, del diabete di tipo 2 e del cancro del colon-retto, e complessivamente di abbassare la mortalità.

“L’assunzione di carboidrati è un argomento abbastanza regolare nei media, e la maggior parte delle notizie si concentra sulla quantità di carboidrati che si dovrebbero mangiare; tuttavia, zuccheri, amidi e fibre sono tutti carboidrati che svolgono ruoli diversi nell’organismo”, ha spiegato Andrew Reynolds, ricercatore del dipartimento di Medicina dell’Università di Otago, in Nuova Zelanda, e primo autore dell’articolo.”Tenendo conto di questo, è forse troppo semplicistico considerare solo la quantità totale di carboidrati: nella metanalisi, abbiamo utilizzato molte più informazioni disponibili di quanto non sia stato fatto in precedenza”.

La review ha riguardato 185 studi osservazionali con dati comprendenti 58 studi clinici, per complessivi 4.635 soggetti coinvolti.

Nello specifico, gli studi osservazionali suggeriscono che i soggetti con il maggiore consumo di fibre godono, rispetto ai soggetti con il consumo più basso, di una diminuzione dell’ordine del 15-30% in diversi parametri: mortalità cardiovascolare e per tutte le cause, incidenza della malattia coronarica, incidenza e mortalità per ictus, diabete di tipo 2 e carcinoma colon-rettale. Confrontando gli stessi gruppi di pazienti, i trial clinici mostrano, invece, una significativa diminuzione del peso corporeo, della pressione sistolica e del colesterolo totale.

Inoltre, le curve dose-risposta indicano che i più elevati valori di introito di fibre alimentari potrebbero conferire un beneficio ancora maggiore in termini di protezione da malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, cancro del colon-retto e della mammella.