Nutrizione News

Alterazione del microbiota intestinale
come probabile concausa dell’obesità

Homo sapiens è correttamente definito come un super-organismo, poiché molte funzioni metaboliche e immunitarie indispensabili per la sopravvivenza nel corso dell’evoluzione sono state demandate alla comunità di micro-organismi che risiedono nel nostro apparato digerente (microbiota intestinale o MI).
Recentemente è stata presa in considerazione l’ipotesi che un’alterazione del MI (disbiosi) indotta da una o più possibili cause (tra cui un abuso di antibiotici, in particolare in età pediatrica o una dieta eccessivamente ricca di grassi e proteine) possa rappresentare una concausa per l’obesità.
L’osservazione che ha dato l’avvio a questo filone di ricerca è partita nel 2006 da uno studio condotto da J. Gordon (USA) che ha mostrato: 1) sia nell’animale sia nell’uomo l’obesità si associa a una variazione nell’abbondanza relativa di due “divisioni” batteriche dominanti, i Firmicutes (che aumentano) e i Bacteroidetes (che diminuiscono); 2) questo microbiota alterato comporta  un’aumentata estrazione di calorie a partire da elementi nutrizionali inerti come le fibre; 3) il suo trapianto in un animale magro lo rende grasso.
Oggi, a distanza di alcuni anni da quel lavoro seminale, appare chiaro che l’obesità è una patologia multi-fattoriale contrassegnata da infiammazione di basso grado e aumentata resistenza periferica all’insulina, in cui comunque il ruolo della disbiosi è importante, e si esplica mediante vari meccanismi. Tra i più importanti ricordiamo: 1) l’assorbimento dei polisaccaridi complessi presenti nelle fibre vegetali, che vengono trasformati in acidi grassi a catena corta, convogliati al fegato per una lipogenesi de novo, e in trigliceridi, che vengono depositati nel tessuto adiposo e nel fegato stesso; 2) la soppressione, da parte del microbiota, del FIAF (Fast-Induced Adipose Factor), un inibitore della lipoproteinlipasi, enzima che idrolizza i trigliceridi e ne favorisce l’accumulo nell’adipocita; e infine, 3) l’assorbimento di un fattore endotossico, il LPS (lipopolisaccaride, contenuto nella parete dei batteri Gram-negativi) a causa di un’aumentata permeabilità intestinale, che a sua volte si traduce in un’aumentata produzione di citochine infiammatorie, con aumento dell’infiammazione sub-clinica (cosiddetta infiammazione metabolica) e insulino-resistenza.
Tutto quanto sinora esposto rende conto del grande interesse verso la possibilità, già provata nell’animale e ancora in divenire sull’uomo, di trattare l’obesità/steatosi epatica mediante la somministrazione di prebiotico.

 

Bistecche “coltivate” e farine di insetti.
Mangeremo così nel 2050?

Tra bistecche e hamburger preparati in laboratorio con carne a base di piante pronti ad arrivare sulle nostre tavole e insetti nel menù, una cosa è chiara: presto cambieremo alimentazione. I produttori di cibo stanno infatti cercando metodi alternativi e sostenibili per produrre carne per sfamare la popolazione mondiale, in forte espansione. “Il cibo del futuro continuerà ad essere carne, ma non sarà carne di allevamenti animali industriali”, dice Bruce Friedrich, direttore esecutivo del Good Food Institute di Washington. “Sarà carne prodotta in laboratorio, senza passare per fattorie e macelli”, spiega l’esperto, secondo il quale le carni tradizionali potrebbero essere eliminate nei paesi ad alto reddito entro il 2050.
Secondo altri, invece, insetti o alghe ad alto contenuto proteico, come la spirulina, saranno tra i cibi del futuro, insieme a pesci prodotti in aziende che opereranno in acque profonde. Con una previsione di aumento del 50% della produzione agricola necessaria a sostenere quasi 10 miliardi di persone entro il 2050 e con il problema sempre più preoccupante dei cambiamenti climatici, secondo la FAO le soluzioni di immediata adozione potrebbero riferirsi alla riduzione di calorie e proteine nelle diete delle popolazioni più ricche, nel rendere più efficienti le tecniche agricole efficiente e nella riduzione di un terzo dello spreco di cibo. Secondo l’organismo dell’Onu, circa l’80% di tutti i terreni agricoli è attualmente destinato ai pascoli o alla coltura di mangimi per animali.  L’industria del bestiame consuma il 10% dell’acqua del mondo, generando metano ed altre emissioni pericolose per il pianeta. Alcune aziende stanno cercando di sviluppare tecnologie per ridurre il prezzo della cosiddetta carne ‘coltivata’ o ‘pulita’, che viene fatta crescere da cellule prese da animali vivi. Secondo chi sta tentando questa strada, questa carne potrebbe essere prodotta in laboratori urbani e costare meno della carne reale, oltre a utilizzare il 99% in meno di terra per essere ‘allevata’. Altre start-up, invece, utilizzano ‘l’agricoltura cellulare’ per sviluppare uova, latte e pesci senza il contributo di animali. Hampton Creek, con sede a San Francisco, vorrebbe ottenere il primo prodotto di carne ‘pulita’ per i consumatori entro il prossimo anno, ma gli osservatori di settore e altre aziende pensano che ci vorranno cinque anni prima di arrivare nei ristoranti di alta fascia e un decennio per raggiungere il consumo di massa.
Anche i produttori di carne – un mercato che vale 750 miliardi di dollari – stanno cercando alternative. Il principale produttore di carni negli USA, Tyson Foods, ha creato un fondo da 150 milioni di dollari per sviluppare fonti proteiche a basso costo e ha investito nella società di carne a base di piante Beyond Meat. Mentre Bill Gates, Richard Branson e il gigante Cargill hanno investito nella Memphis Meats, che sta sviluppando carne di pollo, manzo e maiale ‘pulita’. Altri imprenditori, invece, scommettono sugli insetti, ricchi di proteine e già consumati da miliardi di persone, che potrebbero essere facilmente allevati nelle città. Così Terreform ONE, di New York, ha sviluppato un edificio modulare ideale per coltivare grilli che possono essere macinati nella farina.
“Nel caso degli insetti si parla di quasi mille volte di meno di consumo di acqua, 300 volte di meno di emissioni di carbonio rispetto alla carne”, ha spiegato Mitchell Joachim, co-fondatore di Terreform. Ma a fare la differenza saranno prezzi accessibili e un marketing astuto; solo così, infatti, si potranno convincere i consumatori a cambiare abitudini.
In ogni caso, prima di passare a queste soluzioni alternative, i Paesi potrebbero ancora riuscire a soddisfare le crescenti richieste e gli obiettivi ambientali apportando modifiche importanti al sistema alimentare, almeno secondo Lorenzo Giovanni Bellù, economista senior alla FAO. “L’agricoltura di precisione, per gestire su misura le colture, potrebbe rendere più efficiente la produzione, mentre le energie rinnovabili potrebbero ridurre le emissioni”, sottolinea l’esperto. Inoltre, le diete dovrebbero diventare più equilibrate per ridurre il consumo di carne, aumentando la quantità di proteine animali disponibili per i Paesi più poveri. “Abbiamo molte cose da fare prima di mangiare gli insetti”, conclude Bellù.
Fonte: Reuters Health News

 

Dalla dieta all’esposizione alla luce solare:
tutte le sinergie per la salute ossea

Si sa che per la salute dell’osso e per scongiurare il rischio che diventi fragile ammalandosi di osteoporosi è necessaria una combinazione di movimento più dieta ricca di nutrienti in calcio e proteine e una regolare esposizione alla luce del sole che favorisca la produzione di vitamina D. Solo una dieta bilanciata in cui siano presenti sia gli oligoelementi essenziali (vitamine e sali minerali) e macronutrienti (proteine, grassi e carboidrati) garantisce la corretta costruzione e il mantenimento della salute dell’osso. “Il calcio è un importante elemento costitutivo del nostro scheletro: per 1 kg di calcio presente nel corpo di un adulto medio, il 99% è localizzato nel tessuto osseo che al bisogno lo rilascia per mantenere i giusti livelli ematici. Il calcio è presente sotto forma di un complesso minerale chiamato idrossiapatite che conferisce resistenza allo scheletro. Riveste anche un ruolo importante nella funzionalità del sistema nervoso e muscolare, mantenendo livelli sierici di calcio costanti” avverte da Firenze il professor Ranuccio Nuti dell’Università di Siena, dove si tiene il 2° Congresso nazionale della SINuC, Società italiana di nutrizione clinica e metabolismo. “La sintesi cutanea della vitamina D è influenzata da diversi fattori tra cui la latitudine, la pigmentazione della pelle e l’uso di creme solari e soprattutto l’intake alimentare. Le proteine alimentari rappresentano la fonte di aminoacidi indispensabile per la produzione di matrice ossea. Numerosi studi hanno dimostrato come variazioni nell’assunzione di proteine durante l’infanzia e l’adolescenza possono influenzare la crescita scheletrica e soprattutto il raggiungimento del picco di massa ossea. Per quanto riguarda la popolazione anziana un basso intake proteico è associato a perdita di densità minerale ossea sia a livello del tratto prossimale del femore sia a livello del rachide lombare. Infatti alcuni studi hanno dimostrato come la supplementazione di proteine in pazienti che hanno subito una frattura dell’anca sembrerebbe ridurre la perdita ossea post-frattura, le complicanze mediche e la tempistica della degenza ospedaliera di riabilitazione.” “Le fonti alimentari di calcio devono essere l’opzione di prima scelta” sottolinea il professor Maurizio Muscaritoli presidente SINuC “mentre i supplementi sono indicati per i soggetti ad alto rischio. Il calcio si deposita di norma sotto forma di cristalli minerali che vedono legati insieme calcio e fosfato mentre le compresse di calcio possono ridurre l’assorbimento di fosfato da parte dell’intestino: un supplemento di 500 mg di calcio riduce l’assorbimento di fosfato pari a 166 mg alterando l’equilibrio necessario alla corretta rimineralizzazione ossea. Ma il calcio è necessario anche alla contrazione dei muscoli e la sua presenza nella dieta permette di accumulare quel ‘patrimonio’ osseo sin dall’infanzia, proteggendoci dall’osteoporosi in tarda età. Condizione patologica che non è inesorabile e non deve essere vissuta come un destino: la giusta prevenzione permette di evitare cadute e fratture talora con esiti fatali.”

 

Diabete: i lupini stimolano la secrezione d’insulina, giù il glucosio

Gli estratti promettono di essere più efficaci dei farmaci correnti.
Ricercatori australiani hanno formulato supplementi alimentari a base di lupini, i legumi più ricchi di proteine in assoluto, che promettono di essere efficaci contro il diabete, più dei farmaci correnti. Gli studiosi dell’Università Curtin di Perth, guidati da Philip Newsholme della Scuola di Scienze Biomediche, hanno sperimentato in laboratorio l’azione dell’estratto di semi di lupini nel regolare i livelli di glucosio nel sangue. La ricerca, presentata alla conferenza annuale dell’Australian Diabetes Society in corso a Perth, indica che i semi di lupini ridotti in polvere sono efficaci nello stimolare la secrezione di insulina nelle cellule. Inoltre, l’estratto di lupini, in bevande o in prodotti a base di yogurt da assumersi poco prima dei pasti, può ridurre i picchi nei livelli di glucosio nel sangue che si verificano dopo un normale pasto. Una delle proteine dei lupini, la gamma-conglutina, ha dimostrato anche in piccole dosi di ridurre lo zucchero nel sangue.
Il picco di glucosio nel sangue dopo i pasti è particolarmente pericoloso, per diabetici e per pre-diabetici, spiega Newsholme. Quando il diabete progredisce, la punta diventa più alta e ritorna al normale sempre più lentamente. Ed è il livello elevato di glucosio nel sangue, con l’andare degli anni, a causare i danni associati alla malattia, aggiunge.  Nel diabete mellito il pancreas non produce più sufficiente insulina, oppure le cellule smettono di rispondere all’insulina prodotta, così che il glucosio nel sangue non può essere assorbito nelle cellule. Newsholme ha detto che l’inizio delle sperimentazioni umane è previsto fra due o tre anni, ma intanto i ricercatori operano a stretto contatto con coltivatori di lupini e con aziende alimentari, con l’obiettivo di introdurre nel mercato prodotti terapeutici con estratto di semi di lupini.

 

Disturbi alimentari. Due colossi della moda dicono no alle taglie under 38

Smetteranno di assumere modelli eccessivamente magri in tutto il mondo, bandite le taglie sotto la 38 (italiana).  L’iniziativa parte da due colossi francesi della moda, Kering e LVMH, che sperano “di ispirare l’intera industria a seguire questa idea”, ha dichiarato Francois-Henri Pinault, CEO di Kering. La decisione, messa per iscritto in un apposito documento, arriva in risposta alle continue critiche che colpevolizzano l’industria della moda, in quanto incoraggerebbe i disturbi alimentari.
La Francia aveva già escluso i modelli e le modelle ultra magri con una legge del 2015, sebbene solo alle modelle assunte fosse richiesta una nota medica attestante la propria salute in base all’età, peso e forma del corpo. Tuttavia le proposte per includere nella legge una soglia minima dell’indice di massa corporea sono calate dopo la pressione dell’industria. Kering e LVMH hanno dichiarato ora che il loro documento andrà oltre la legislazione francese.
Tutti i marchi delle due aziende di moda si sono impegnati a bandire modelli e modelle sotto la taglia francese 34 per le donne e 44 per gli uomini (la taglia 34 in Francia corrisponde alla taglia 38 in Italia). Gli addetti alla moda hanno ribadito che gli abiti generalmente cadono meglio su donne alte e androgine, mentre le culture occidentali spesso associano la magrezza con la ricchezza, la giovinezza e la desiderabilità. Ma le critiche su come i modelli sono trattati hanno spinto diversi paesi ad arrivare a misure protettive. Oltre alla Francia, Israele ha bandito modelli ultra magri nel 2013 mentre paesi come l’Italia e la Spagna si basano su regole autonome.
Reuters

 

Esercizi aerobici e contro resistenza per migliorare
lo stato funzionale degli anziani con obesità

La gestione dell’obesità nei pazienti che hanno 65 anni o più di età è controversa, perché la perdita di peso può peggiorare la fragilità, accelerando il declino associato all’età della massa muscolare e ossea e di conseguenza favorire lo sviluppo di sarcopenia e osteoporosi. Poiché l’esercizio fisico ha effetti positivi sulla funzione fisica, il trattamento dell’obesità negli anziani potrebbe beneficiare di un programma specifico di attività fisica da associare all’intervento dietetico e comportamentale.
Un recente studio controllato e randomizzato, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha randomizzato 160 adulti con obesità e 65 anni o più anni a un programma di perdita di peso che ha incluso la prescrizione di una dieta bilanciata, finalizzata a creare un deficit energetico da 500 a 750 kcal al giorno e contenente circa 1 g di proteine di alta qualità per kg di peso corporeo, associata a uno dei seguenti tre interventi condotti con la supervisione di un exercise trainer:
1. training aerobico (60 minuti tre volte la settimana) che ha incluso 10 minuti di esercizi di flessibilità, 40 minuti di esercizi aerobici (camminare su treadmill, cyclette, fare le scale) al 65% circa della frequenza cardiaca teorica massima, gradualmente aumentata al 75-85%, e 10 minuti di esercizi di equilibrio;
2. training contro resistenza (60 minuti tre volte la settimana) che ha incluso 10 minuti di esercizi di flessibilità, 40 minuti di esercizi contro resistenza (9 esercizi per la parte superiore e inferiore del corpo con macchine per il sollevamento pesi – sedute iniziali 1 o 2 set di 8-12 ripetizioni a circa il 65% della ripetizione singola massima incrementate progressivamente a 2-3 set a circa l’85% della ripetizione singola massima) e 10 minuti di esercizi di equilibrio;
3. training combinato (75-90 minuti tre volte la settimana) che ha incluso 10 minuti esercizi di flessibilità, 30-40 minuti di esercizi aerobici, 30-40 minuti di esercizi contro resistenza e 10 minuti di esercizi di equilibrio.
I tre gruppi sono stati confrontati con un gruppo di controllo a cui è stato chiesto di non partecipare a programmi di perdita di peso o di esercizio.
L’outcome primario è stato il cambiamento del punteggio al Physical Performance Test dal basale a 6 mesi, mentre gli outcome secondari sono stati i cambiamenti delle misure di fragilità, della composizione corporea, della densità minerale ossea e delle funzioni fisiche. 141 partecipanti hanno concluso lo studio. Il punteggio al Physical Performance Test è aumentato maggiormente in tutti e tre i gruppi di esercizio rispetto al gruppo di controllo, ma in modo significativamente superiore nel gruppo che ha eseguito il training combinato rispetto agli atri due gruppi di esercizio. La forza è aumenta maggiormente nei gruppi di training combinato e contro resistenza rispetto al gruppo di training aerobico. Il peso corporeo è diminuito del 9% in tutti e tre i gruppi di esercizio, me non è cambiato in modo significativo nel gruppo di controllo. La massa magra è diminuita meno nei gruppi di training combinato e contro resistenza rispetto al gruppo di training aerobico (3%, 2% e 5%, rispettivamente), così pure la massa minerale ossea. Il picco di consumo di ossigeno è aumentato maggiormente nei gruppi di training aerobico e combinato rispetto al gruppo di training contro resistenza. Infine, la forza è aumentata maggiormente nei gruppi di training combinato e contro resistenza rispetto al gruppo di training aerobico (18%, 19% e 4%, rispettivamente).
In conclusione i dati di questo importante studio indicano che la combinazione di esercizi aerobici e contro resistenza, associati a una dieta moderatamente ipocalorica e a procedure comportamentali, sembrano essere i più efficaci per migliorare lo stato funzionale degli anziani con obesità.
Riccardo Dalle Grave

 

Il succo di pompelmo interferisce con alcuni farmaci

Attenzione al pompelmo e al suo succo. Anche se ricco di vitamina C e potassio, può interferire con l’azione di alcuni farmaci, specialmente se si soffre di pressione alta o irregolarità del battito cardiaco. L’avvertimento arriva dalla Food and drug administration (Fda), l’agenzia Usa che regola i farmaci. Questo frutto può interferire infatti con alcuni farmaci usati per abbassare il colesterolo (simvastatina e atorvastatina), la pressione alta, contro il rigetto dei trapianti (ciclosporine), alcuni medicinali per l’ansia, corticosteroidi per il morbo di Crohn o colite ulcerosa, aritmie cardiache e con alcuni antistaminici.
Agisce in modo diverso a seconda della persona, del farmaco e della quantità assunta. Per questo è meglio chiedere al medico prima se possono esserci effetti sul farmaco che si sta prendendo, quanto pompelmo o succo si può consumare e se ci sono altri frutti che possono avere un’azione simile. “Il succo di pompelmo fa entrare più farmaco in circolo nel sangue – spiega Shiew Mei Huang, dell’Fda – Quando ce n’è troppo, si possono avere più effetti collaterali”. Ad esempio, se si beve molto succo mentre si prendono alcune statine, queste possono rimanere nel corpo in quantità maggiore, aumentando i rischi di danni a fegato e muscoli. Molti farmaci vengono infatti metabolizzati con l’aiuto di un enzima dell’instestino (presente in quantità diversa nelle varie persone), la cui azione viene bloccata dal succo di pompelmo. Per questo il pompelmo agisce in modo diverso su pazienti che prendono lo stesso farmaco.
Ma il succo di pompelmo può anche avere l’effetto opposto, cioè ridurre la presenza dei farmaci, perchè può influire sulle proteine che aiutano a trasportare i medicinali nelle cellule del corpo. Per questo ad esempio la fexofenadina, usata per i sintomi delle allergie stagionali, non va presa con il succo di pompelmo, nè con quello di arancia e mela. Anche le arance amare, i pomelo e tangelo (incrocio tra mandarini e pompelmi) possono avere gli stessi effetti del pompelmo.

 

Scoperto l’interruttore del grasso.
Si trova nell’ipotalamo e quando si inceppa fa aumentare di peso

Anche l’Australia, il Paese ‘down under’, non è immune alla pandemia globale di diabete e obesità. Ed è da questa terra lontana, che arriva una nuova ricerca, pubblicata su Cell Metabolism,  che potrebbe rivelarsi molto interessante nella lotta a queste condizioni. I ricercatori del Biomedicine Discovery Institute della Monash University sono riusciti a dimostrare, in modelli sperimentali, come faccia l’alimentazione a controllare l’imbrunimento del grasso, cioè la conversione del grasso dal tipo ‘bianco’, deputato al deposito di energia, al tipo ‘bruno’, deputato alla spesa energetica cioè a bruciare le calorie immagazzinate.
La ricerca ha dimostrato che dopo un pasto, il cervello risponde all’insulina circolante (secreta in risposta all’iperglicemia post-prandiale) inviando in periferia segnali che promuovono la conversione del grasso dal tipo bianco a quello bruno, una variazione questa che promuove come visto il dispendio energetico.
Per contro, dopo un digiuno, il cervello istruisce gli adipociti bruni a tornare allo stato ‘bianco’, quindi alla modalità ‘risparmio energetico-immagazzinamento di energia’. Questi processi dovrebbero proteggere da un lato da un eccessivo aumento di peso, dall’altro da una perdita di peso importante, consentendo al peso corporeo di rimanere sostanzialmente stabile nel tempo.
I ricercatori della Monash hanno dimostrato che è proprio la sensibilità del cervello all’insulina a coordinare introito di calorie e spesa energetica, attraverso l’imbrunimento del grasso e che questo meccanismo è regolato da una sorta di interruttore, una fosfatasi ipotalamica, che si ‘accende’ dopo il digiuno, inibendo così la risposta all’insulina e con essa l’imbrunimento del grasso, allo scopo di conservare energia, e che si spegne subito dopo i pasti per facilitare la risposta all’insulina che promuove l’imbrunimento del grasso e il dispendio energetico.
“Nell’obesità succede invece che questo ‘interruttore’ – spiega il professor Tony Tiganis – rimane in posizione ‘on’ tutto il tempo e non si spegne dopo i pasti. Di conseguenza il grasso bruno è sempre in posizione ‘quiescente’ e la spesa energetica è così sempre al minimo; dopo i pasti non si assiste dunque ad un aumento commisurato della spesa energetica (non si bruciano cioè calorie) e questo promuove l’aumento di peso”.
“E’ come se, dopo tanto tempo – ammette Garron Dodd, primo autore dello studio – fossimo riusciti a trovare l’ultimo tassello del puzzle, quello in grado di spiegare cosa succede nell’organismo. E adesso siamo riusciti non solo a spiegare cosa succede ma anche a dimostrare che si tratta di un meccanismo fondamentale e ne siamo veramente entusiasti”.
I prossimi passi – spiegano i ricercatori australiani – saranno ora quelli di provare a interferire con questo ‘interruttore’ allo scopo di promuovere la perdita di peso. Ma di tempo ce ne vorrà prevedibilmente non poco.
La ricerca è stata supportata dall’Australian National Health e dal Medical Research Council.

 

Irisina: l’ormone che brucia i grassi
ripara anche ossa e muscoli e partirà per lo spazio

 L’irisina, l’ormone diventato famoso due anni fa per i suoi effetti benefici paragonabili all’esercizio fisico che si può fare in palestra, torna ora alla ribalta in quanto si è dimostrato avere proprietà contro osteoporosi e atrofia muscolare. A rivelarlo sono Saverio Cinti dell’Università Politecnica delle Marche e Maria Grano dell’Università di Bari con uno studio pubblicato su Scientific Reports.
Ossa e muscoli
“Nel 2015 gli esperimenti sui topi avevano indicato che l’irisina irrobustisce le ossa e avevano aperto la speranza per la terapia dell’osteroporosi”, ha osservato Cinti. “Adesso i nuovi test su topi dimostrano che l’ormone a basse dosi riesce a prevenire la malattia e a curarla negli animali che già la hanno”. Sempre nei topi è stato notato un effetto positivo sui muscoli, che vengono irrobustiti. Secondo Cinti si apre una “prospettiva molto importante alla luce del progressivo invecchiamento della popolazione”. In un colpo solo, “per la prima volta un’unica molecola riesce a curare osteoporosi e atrofia muscolare, un ‘duetto’ che procede sempre di pari passo”, ha osservato Maria Grano.

Si punta quindi ai test sull’uomo, ma questi non saranno possibili prima di due o tre anni perché prima è necessario avere maggiori informazioni sulle dosi con nuovi test sugli animali. Solo dopo si potrà passare alle tre fasi della sperimentazione clinica, che richiederanno almeno cinque anni.
L’uso dell’irisina per la terapia dell’osteoporosi è stato brevettato dallo stesso gruppo di ricerca e, ha detto Grano, “ci sono già manifestazioni di interesse da parte dell’industria”. Nel frattempo, però, poiché questo ormone viene naturalmente prodotto dall’organismo durante l’esercizio fisico, la raccomandazione dei ricercatori è di tenersi in esercizio “come se fosse una vera e propria cura”.
L’irisina nello Spazio
Nel frattempo l’irisina si prepara anche ai primi test nello Spazio, su cellule di topo in coltura destinate a raggiungere la Stazione Spaziale all’inizio del 2018 a bordo della navetta Dragon dell’azienda americana Space X di Elon Musk. L’ormone potrebbe infatti aiutare gli astronauti che affronteranno i lunghi viaggi verso Marte. Gli esperimenti sono stati preparati dal gruppo dell’Università di Bari in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Europea (Esa).

 

Linee guida NICE 2017: terapia cognitivo comportamentale
raccomandata per tutti i disturbi dell’alimentazione

Il National Institute for Clinical Excellence (NICE) ha pubblicato il 23 maggio 2017 un aggiornamento completo delle linee guida NICE CG9 del gennaio 2004. Le linee guida forniscono raccomandazioni per identificare, valutare, monitorare, trattare i bambini (0-12 anni), i giovani adulti (13-17 anni) e gli adulti (più di 18 anni) con disturbi dell’alimentazione.
In questo articolo è riportata una sintesi dei trattamenti raccomandati dalle nuove linee guida NICE.
La terapia cognitivo comportamentale per i disturbi dell’alimentazione (CBT-ED) è raccomandata per tutti i disturbi dell’alimentazione (anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo da binge-eating) per gli adulti e per bambini e i giovani adulti se il trattamento basato sulla famiglia (FT), indicato per l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa, non è accettato, è controindicato o inefficace. L’auto-aiuto guidato (GSH), derivato dalle CBT-ED, è indicato per la bulimia nervosa e il disturbo da binge-eating negli adulti.
Per l’anoressia nervosa negli adulti sono raccomandati anche il Maudsley Anorexia Nervosa Treatment for Adults (MANTRA) e lo
specialist supportive clinical management (SSCM). Se i tre trattamenti raccomandati non sono accettati, sono controindicati o inefficaci, può essere considerata la terapia psicodinamica focale (FPT).
La consulenza dietetica è raccomandata per l’anoressia nervosa e dovrebbe essere offerta solo come parte di un approccio multidisciplinare. Inoltre, le persone con anoressia nervosa dovrebbero prendere un supplemento multivitaminico e multiminerale appropriato per la loro età fino a che la loro dieta soddisferà i valori dietetici di riferimento. I familiari dovrebbero essere inclusi nell’educazione dietetica o nella pianificazione dei pasti dei bambini e giovani adulti che ricevono un trattamento individuale. Vanno anche forniti consigli dietetici aggiuntivi per affrontare le necessità di crescita e sviluppo, in particolare durante la pubertà.
Infine, non dovrebbero mai essere offerti i farmaci come unico trattamento per l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa.
Dalle nuove linee guida emerge che la CBT-ED è il solo trattamento raccomandato per tutti i disturbi dell’alimentazione e per tutte le età. È anche da sottolineare con piacere che la CBT-ED per i bambini e i giovani adulti è stata inclusa dalle NG69 come intervento alternativo alla FT-AN e alla FT-BN.
È auspicabile che queste nuove raccomandazioni stimolino gli stakeholder della salute a predisporre delle azioni per implementare nei centri clinici italiani dei disturbi dell’alimentazione i trattamenti psicologici raccomandati dalle nuove linee guida NICE, per permettere ai pazienti di tutte le età di avere accesso a questi interventi la cui efficacia è stata dimostrata da rigorosi studi clinici. È anche augurabile che le scuole di specializzazione, le scuole di psicoterapia, i master e i corsi di perfezionamento recepiscano l’importanza di includere dei training formazione sui trattamenti raccomandati dalle NICE per riuscire a formare un numero adeguato di terapeuti in grado di trattare con i migliori interventi disponibili le persone affette da disturbi dell’alimentazione.
Riccardo Dalle Grave

 

Luci e ombre delle diete chetogeniche

Le diete chetogeniche, caratterizzate da un basso contenuto di carboidrati, tornano periodicamente alla ribalta in quanto soddisfano la necessità di perdere peso in breve tempo e sono state uno degli argomenti “caldi” delle giornate di confronto professionale dell’Associazione Medici Endocrinologi chiamate AME DAY.
«Le diete chetogeniche, spiega Nadia Cerutti, responsabile della S.S. dietologia e nutrizione clinica A.S.S.T. Fatebenefratelli Sacco di Milano, producono corpi chetonici che agiscono sul sistema nervoso centrale portando a un aumento sia del senso di sazietà, grazie alla riduzione dei livelli di grelina, sia del miglioramento dell’umore. Entrambe queste condizioni associate alla rapida perdita di peso favoriscono l’aderenza dei pazienti alla dieta. Infatti, se la dieta mediterranea rimane la dieta di elezione grazie al suo ruolo protettivo contro la sindrome metabolica, il suo elevato contenuto di carboidrati può non consentire in alcune persone di ottenere un rapido e adeguato dimagrimento necessario per ridurre i rischi per la salute associata a diverse malattie metaboliche oltre che per motivare il paziente.»
«Le diete chetogeniche, illustra Olga Disoteo, diabetologa del S.S.D. diabetologia A.S.S.T. Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano, possono essere considerate a tutti gli effetti delle “terapie metaboliche” e devono prevedere una selezione dei pazienti e delle patologie che possono giovarsi di tali terapie, quali  ipertensione arteriosa, diabete mellito di tipo 2 all’esordio, dislipidemie, sindrome metabolica, osteopatie o artropatie severe, obesità complicata con e senza indicazione alla chirurgia bariatrica. È indispensabile garantire uno stretto monitoraggio clinico al fine di ridurre i potenziali effetti collaterali. Il rapido calo di peso dovuto a queste diete nelle persone obese o sovrappeso con insulino-resistenza si associa a una riduzione dei livelli di acidi grassi nel sangue, di insulina e della glicemia a digiuno. Nelle persone con diabete di tipo 2 all’esordio, alcuni studi hanno dimostrato un miglioramento della funzione delle beta cellule secernenti insulina e una riduzione dell’insulino resistenza con miglioramento del compenso glicemico.»
I consistenti dati positivi oggi a disposizione dei clinici ne suggerisce un impiego sicuro come terapia per contrastare obesità, sovrappeso e rischi associati alle malattie metaboliche, ma nel fare il punto su questo tipo di protocollo nutrizionale emergono anche zone ancora in ombra: «va ricordato, afferma Davide Brancato, endocrinologo presso il Centro di riferimento regionale per la diabetologia della Sicilia, Ospedale Civico di Partinico, che le diete chetogeniche si caratterizzano anche per un elevato apporto lipidico, superiore al 60% dell’apporto calorico giornaliero, determinando un aumento del colesterolo LDL, causa dello sviluppo di aterosclerosi. Se per brevi periodi, inferiori alle 4 settimane, le diete chetogeniche possono essere molto utili, la mancanza di studi a lungo termine e su un numero sufficiente di pazienti non consente di escludere che tali diete possano addirittura favorire nel lungo periodo proprio le complicanze associate al diabete, quali infarto del miocardio, ictus, arteriopatia agli arti inferiori, che invece dovrebbero essere contrastate da una dieta adeguata. Da questo punto di vista, la dieta mediterranea si è invece ampiamente dimostrata efficace nel miglioramento dei parametri metabolici e nella riduzione del rischio cardiovascolare».

 

L’influenza del microbioma intestinale
sullo sviluppo di obesità e diabete di tipo 2

In una recente “opinion” pubblicata su JAMA sono riassunte le evidenze che suggeriscono come il microbioma intestinale (ossia i geni – da 200 a 800 volte maggiori rispetto a quelli umani – delle cellule microbiche enteriche o microbiota) possa influenzare il rischio di sviluppare alcune importanti patologie, come l’obesità e il diabete mellito.
Obesità. «Il microbiota intestinale potrebbe influenzare il rischio di obesità attraverso diversi meccanismi, condizionando innanzitutto l’assorbimento calorico. Gli enzimi umani non riescono a digerire molti polisaccaridi ingeriti con la dieta, mentre gli enzimi prodotti dal microbiota possono trasformarli in risorse energetiche, in particolare monosaccaridi e acidi grassi a catena corta» riporta Francesco Tassone, SC di Endocrinologia, Diabetologia e Metabolismo, ASO S. Croce e Carle, Cuneo. Circa il 90% dei batteri intestinali sono di due tipi (‘phyla’): Bacteroidetes e Firmicutes. I Firmicutes contribuiscono a estrarre più energia rispetto ai Bacteroidetes e colonizzano maggiormente i pazienti obesi.
«Vari studi» riprende Tassone «hanno suggerito che il microbiota abbia un ruolo importante nell’influenzare l’obesità nei mammiferi»: a) in topi magri germ-free alimentati con la stessa quota calorica giornaliera, il trapianto di microbiota intestinale, derivato da topi obesi e da topi magri, porta i topi che hanno ricevuto il microbiota dai topi obesi a diventare obesi nel giro di due settimane; b) in seguito a trapianto di microbiota intestinale derivato da animali “convenzionali” nell’intestino di topi germ-free, il contenuto di grasso corporeo dei topi è aumentato del 60% in 14 giorni senza incrementare la quota calorica giornaliera, con aumento dell’insulino-resistenza; c) confrontando topi obesi sottoposti a by-pass gastrico Roux-en-Y (RYGB) o a chirurgia placebo, solo i topi sottoposti a RYGB andavano incontro alla perdita di peso prevista e a un cambiamento tipico del microbioma intestinale. Trasferendo i batteri dai topi che sono stati sottoposti a RYGB ai topi sottoposti a chirurgia placebo si osservava perdita di peso (peraltro in minor misura) anche in questi ultimi. «Globalmente» commenta Tassone «questi esperimenti suggeriscono che la composizione del microbiota intestinale può influenzare l’obesità. Al contrario, altri esperimenti suggeriscono che l’obesità può influenzare la composizione del microbiota intestinale: quando pazienti obesi in dieto-terapia perdono peso, aumenta la proporzione di Bacteroidetes rispetto a quella dei Firmicutes; viceversa, alla ripresa dell’alimentazione normale, con conseguente re-incremento ponderale, aumenta la percentuale di Firmicutes».
Diabete mellito tipo 2. L’infiammazione intestinale cronica di basso grado indotta dal microbiota, oltre a condizionare il rischio di sviluppare obesità, può svolgere un ruolo favorente l’insorgenza di diabete mellito tipo 2 (DM2). «Sembra che siano coinvolti più meccanismi, oltre a quello dell’aumento dell’assorbimento dei carboidrati» osserva Tassone. «In particolare, una proporzione maggiore di Firmicutes rispetto ai Bacteroidetes sembrerebbe influenzare non solo il metabolismo dei carboidrati, ma anche un’alterata produzione di acidi grassi a catena corta: aumento della produzione di acetato e riduzione di quella di butirrato. Un recente studio ha rilevato che l’aumento dei livelli ematici di acetato può causare insulino-resistenza e aumentare la produzione di grelina gastrica (ormone con effetto oressante). Inoltre, ridotti livelli intestinali di butirrato favorirebbero l’infiammazione cronica di basso grado, che aumenta l’insulino-resistenza». Studi nell’uomo suggeriscono che pazienti affetti da DM2 hanno una ridotta presenza di specie microbiche che producono butirrato, con conseguente infiammazione intestinale di basso grado, mentre in uno studio prospettico in più di 7000 bambini è stata trovata una relazione tra l’uso di probiotici durante il primo mese di vita e un rischio inferiore di sviluppare auto-anticorpi anti-insule pancreatiche, a suggerire che il microbioma intestinale potrebbe avere un ruolo anche nel DM1. «Un ulteriore studio sembra confermare una relazione causale tra microbioma intestinale e DM2» aggiunge Tassone. «Pazienti affetti da sindrome metabolica mai trattati, in cui è stata eliminata la flora intestinale (attraverso lavaggio intestinale con polietilenglicole), sono stati randomizzati a ricevere infusioni intestinali (tramite sonda gastro-duodenale) da donatori maschi magri o dalle proprie feci. In coloro che ricevevano le infusioni da individui magri, la sensibilità all’insulina è aumentata, anche se l’effetto diminuiva nel tempo ed era presente una notevole variabilità individuale».
Conclusioni. «Le nuove tecnologie (in particolare il sequenziamento rapido ed economico degli acidi nucleici) hanno fornito gli strumenti per capire come il microbiota possa influenzare la salute umana» afferma Tassone. «È biologicamente plausibile che il microbioma umano possa influire sul rischio di obesità, DM2 e altre malattie come l’aterosclerosi e che le sue manipolazioni possano ridurre questo rischio. Tuttavia, saranno necessari ulteriori studi per provare/confermare queste ipotesi».
Secondo l’autore di questa ‘opinion’ – sottolinea Tassone – la patologia “è il risultato di una biochimica disordinata”: i geni guidano la biochimica e il microbioma contiene più geni di quelli umani, producendo molecole che possono influenzare la fisiologia umana; negli ultimi 50 anni gli scienziati hanno imparato molto sui fattori di rischio modificabili per obesità e DM2 e negli ultimi dieci anni si è scoperto che il microbiota è forse il più importante tra tutti.
JAMA, 2017; 317:355-6.

 

Cardiologi americani. Olio di cocco aumenta
colesterolo “cattivo” più del burro

Secondo l’American Heart Association (AHA), l’associazione scientifica dei cardiologi americani, l’olio di cocco aumenta il colesterolo LDL allo stesso modo di altri alimenti ad alto contenuto di grassi saturi, quali burro e manzo. Anzi, secondo le nuove raccomandazioni alimentari della AHA, burro e manzo contengono meno grassi saturi in grado di aumentare i livelli di LDL.
L’olio di cocco ha l’82% di grassi saturi, rispetto al 63% del burro e al 50% del manzo. L’AHA raccomanda di cucinare con grassi polinsaturi come oli di mais, soia e arachidi al posto dell’olio di cocco.
“Sostituire i grassi saturi con i polinsaturi ha un doppio effetto positivo perché un tipo di grasso che causa le malattie cardiache viene ridotto mentre viene consumato un tipo di grasso che aiuta a prevenirle”, dice Frank Sacks, ricercatore presso l’Harvard T.H. Chan School of Public Health in Boston, autore principale del rapporto.
L’associazione dei cardiologi americani – sulla base della revisione di studi randomizzati controllati – afferma che sostituire i grassi saturi con oli vegetali polinsaturi riduce il rischio di malattie cardiovascolari di circa il 30%. Gli studi eseguiti su numerose popolazioni hanno dimostrato che una minore assunzione di grassi saturi, accoppiata ad una maggiore assunzione di grassi polinsaturi e monoinsaturi, è associata a un rischio minore di malattie cardiovascolari.
Per la salute ottimale del cuore e per arrestare l’ipertensione, AHA raccomanda un’alimentazione basata sul Dietary Approaches To Stop Hypertension (DASH) o la dieta mediterranea. Entrambe le diete sottolineano l’importanza di consumare oli vegetali insaturi, noci, frutta, verdure, prodotti lattiero-caseari a basso contenuto di grassi, cereali integrali, pesci e pollame. Bisogna ridurre la quantità di carne rossa, così come alimenti e bevande ad alto contenuto di zuccheri e sale. “Piccole modifiche possono essere rilevanti per ridurre il consumo di grassi saturi”, ha detto Potter, non coinvolto nello studio. “Per esempio rinunciare ad una cena a base di carne alla settimana, mangiare un biscotto di meno, bere una lattina di soda o un bicchiere di alcool in meno o fare pochi minuti di esercizio fisico ogni giorno”.

 

Esagerata attenzione alla qualità dell’alimentazione,
in crescita i casi di ortoressia

In occasione del meeting annuale 2017 della American Psychiatric Association (APA) si è parlato del fatto che l’attenzione sempre crescente al fitness e alla vita sana nel mondo attuale possa portare a un aumento dei casi di una patologia nota come ortoressia nervosa.
L’ortoressia è stata definita come una ossessione patologica per una corretta alimentazione, con una grande attenzione a evitare cibo ritenuto malsano o impuro, che può avere gravi conseguenze nutrizionali e mediche; a differenza dell’anoressia nervosa, l’immagine del corpo non è solitamente un punto di riferimento per pazienti con questa condizione, che non è attualmente riconosciuta nel DSM­5. Al congresso sono state presentate segnalazioni di casi, e si è svolta una discussione sui possibili criteri diagnostici, sui sintomi, e sul fatto che non vi siano finora stati studi volti a trovare un trattamento efficace.
«Chiaramente c’è maggiore interesse per questa diagnosi man mano che aumentano le segnalazioni di casi» spiega Steven Crawford, del Center for Eating Disorders dello Sheppard Pratt Health System di Baltimora che poi aggiunge: «E siccome c’è sempre più un focus della società su una sana alimentazione, più gente biologicamente vulnerabile ad andare nella direzione dei disturbi alimentari cadrà in questo problema».
I ricercatori avvertono che oggi dato il continuo martellamento con gli aggiornamenti sulle ultime diete alimentari, le avvertenze su alcuni alimenti e prodotti e un sempre mutevole insieme di linee guida su come vivere una vita più sana, è difficile per molti non preoccuparsi delle proprie abitudini alimentari. «Si è verificato un calo significativo della popolarità di pillole dimagranti e l’industria della dieta nel suo complesso è stata sostituita da un movimento volto a “mangiare sano” e a praticare uno stile di vita olistico» afferma Yon Park, correlatore al congresso. «Senza zucchero, senza glutine, senza OMG, senza pesticidi; tutte queste etichette delle aziende stanno bombardando i consumatori e vengono create sempre più nuove linee di prodotti per fare appello a questa ideologia. Non è un caso che le vendite di alimenti biologici siano raddoppiate tra il 1994 e il 2014. In poche parole, ortoressia è una fissazione sulla qualità del cibo a differenza della quantità di cibo» conclude.
American Psychiatric Association

 

Morbo di Parkinson: origine nell’intestino?

Il morbo di Parkinson potrebbe partire dall’apparato digerente. E’ stata infatti individuata nell’intestino una molecola strettamente legata alla malattia. La scoperta, pubblicata JCI Insight, avvalora la tesi che la malattia di Parkinson parta dall’intestino stesso e non dal cervello.
Lo studio è stato condotto negli Stati Uniti, a Durham presso la Duke University. Nell’ultimo periodo è stato un susseguirsi di ricerche che hanno suggerito che il morbo di Parkinson, una malattia neurodegenerativa che porta alla morte di alcuni neuroni, abbia inizio nell’intestino: ad esempio, numerosi studi hanno mostrato differenze nella flora intestinale dei pazienti; altri hanno evidenziato che recidere (per motivi medici) il nervo vago che collega intestino a cervello rende ”immuni” dalla malattia di Parkinson.
In questo nuovo lavoro su cellule umane e di topi gli esperti USA hanno scoperto che in alcune cellule intestinali è presente l’alfasinucleina, la molecola che nel cervello dei parkinsoniani diventa malformata e forma degli accumuli dannosi. Gli esperti ipotizzano che vi sia nell’intestino un agente che rende l’alfasinucleina malformata e poi ne consente la dispersione – attraverso il nervo vago – verso il sistema nervoso, in modo molto simile a una malattia prionica (come mucca pazza). Serviranno naturalmente ulteriori studi per verificare questa ipotesi.

 

Sei cibi per una dieta ricca di fibre

 Una dieta ricca di fibre aiuta a digerire meglio, a tenere sotto controllo colesterolo e glicemia e a prevenire alcune malattie. Ma quali sono gli alimenti che dovremmo portare quotidianamente sulle nostre tavole per facilitare il nostro funzionamento intestinale? Gli esperti raccomandano agli adulti di assumere una dose giornaliera di fibre variabile tra in 20 e i 35 grammi, mentre per i bambini ne sono sufficienti 5. Frutta, verdura, cereali e legumi sono in pole position, ma vediamo quali sono i più indicati con cui sbizzarrirsi in cucina nei prossimi mesi.
Carciofi
È famoso soprattutto per le sue doti depurative, ma contiene anche grandi quantità di fibre. Con un carciofo medio si raggiunge infatti un terzo del fabbisogno giornaliero: ben 10 grammi. Consumarlo fresco o surgelato fa poca differenza: se raccolto al massimo della sua maturazione le proprietà nutrizionali possono essere addirittura maggiori in quello tenuto in freezer. Si può consumare da solo come contorno, oppure in aggiunta a insalate fresche e i suoi estratti possono essere utili anche per gestire i postumi di chi ha esagerato con l’alcol.

Lenticchie
È un piatto povero ed economico, ma ricchissimo di sali minerali, vitamine e fibre (una porzione può contenerne fino a 15 grammi). Oltre ad accompagnare il cotechino nel periodo natalizio, le lenticchie si possono consumare in alternativa alla carne. Sono infatti una fonte di proteine vegetali: una tazza può contenerne fino a 18 grammi.

Fagioli neri
Tipici della cucina messicana, questi legumi si possono cucinare anche in casa e come le lenticchie hanno un alto apporto di fibre. Sono inoltre ricchi di potassio e rallentano la velocità di assorbimento del nostro organismo. Un ‘effetto collaterale’ è l’aumento di gas nell’addome causato da un amido contenuto sulla superficie dei fagioli. Poiché le ‘vittime’ sono i consumatori non abituali, basterà aumentare la frequenza con cui si portano a tavola piatti a base di questi legumi per veder svanire il problema.

Pere
Con le mele e le prugne costituiscono il trio dei frutti più ricchi di fibre. I benefici aumentano se si mangiano con la buccia o – nel caso delle prugne – secche. Le pere possono essere abbinate a cibi salati come formaggi o noci per aumentare le loro proprietà e portare in tavola piatti originali.

 

Steroidi anabolizzanti: gonfiano i muscoli e intasano le coronarie

L’uso illecito di steroidi anabolizzanti, molto frequente tra persone che si allenano a praticare sport che richiedono una notevole massa muscolare, è associato allo sviluppo di importanti malattie cardiache (cardiopatia ischemica, scompenso cardiaco) oltre che a danni di tipo endocrino.
E’ il risultato di uno studio recentemente pubblicato su Circulation che ha valutato la presenza di disfunzione sistolica, disfunzione diastolica e aterosclerosi coronarica in 140 sollevatori di pesi, di età compresa tra 34 e 54 anni, tra cui 86 che avevano fatto uso di steroidi anabolizzanti per un periodo complessivo superiore a due anni e 54 che non ne avevano fatto uso.
La funzione ventricolare sistolica e diastolica è stata valutata mediante la misura ecocardiografica rispettivamente della frazione di eiezione del ventricolo sinistro e della velocità di rilasciamento protodiastolica. La presenza e la gravità della coronaropatia sono state valutate mediante TC coronarica  come volume delle placche coronariche.
Per quanto riguarda la funzione del ventricolo sinistro, sono stati riscontrati indici di contrattilità e di rilasciamento significativamente meno brillanti nei soggetti che avevano fatto uso di steroidi anabolizzanti rispetto a coloro che non ne avevano fatto uso. Analoghe differenze sono state riscontrate tra coloro che facevano uso di steroidi al momento della valutazione rispetto a chi ne aveva fatto uro precedentemente.
Inoltre, i soggetti che facevano uso di steroidi mostravano una maggiore estensione delle placche coronariche con una relazione diretta tra volume delle placche e dose cumulativa di steroidi.
L’uso illecito di steroidi anabolizzanti, quindi, potrebbe essere una causa misconosciuta di disfunzione del ventricolo sinistro o di aterosclerosi coronarica precoce.
Fonte: Cardiovascular Toxicity of Illicit Anabolic-Androgenic Steroid Use.
Circulation. 2017;135:1991-2002