Nutrizione News

Allergie alimentari per 2 milioni italiani. In testa quella alla nocciola

Nel nostro Paese le allergie alimentari riguardano più di 2 milioni di persone, pari al 3,5% della popolazione generale. L’alimento più allergizzante negli adulti, avvertono gli allergologi, è la nocciola (26%), seguita dalla verdura (14%), frutta fresca, soprattutto pesche e albicocche (12%), crostacei (10%), pesce (7%), legumi (6%), semi (6%), grano (5%).
Gli under 18 che soffrono di allergie alimentari sono 570mila: 270mila bimbi tra 0 e 5 anni; 180mila tra 5 e 10 anni e 120mila tra 10 e 18 anni. Dei 270mila bimbi con meno di 5 anni che soffrono di allergie alimentari, 5.000 sono a rischio di reazioni allergiche gravi che possono costar loro anche la vita ed una reazione allergica grave su tre avviene a scuola.
L’allergia alimentare più frequente nei bambini tra 0 e 5 anni è quella al latte vaccino (seguita da quella alle uova): non lo tollerano oltre 100mila bimbi, costretti a ricorrere a latti speciali con una spesa complessiva per le famiglie di oltre 50 milioni di euro all’anno. In Italia i latti speciali per allergici sono rimborsati solo in Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Sardegna. Altrove sono totalmente a carico delle famiglie.
Gli allergologi avvertono, inoltre, come solo un under-18 su 1000 porti con sé la ‘penna’ salvavita con adrenalina auto-iniettabile in caso di forte reazione allergica. Si stima che nel nostro Paese siano circa 40 ogni anno (200 negli Stati Uniti) i morti per grave reazione allergica (shock anafilattico), molti dei quali non riconosciuti come allergici.

Consigli per una corretta alimentazione
negli atleti vegetariani o vegani

Un numero sempre maggiore di atleti adottano la dieta vegetariana per motivi ecologici, economici, religiosi, salutistici ed etici. Le diete vegetariane possono soddisfare agevolmente le esigenze nutrizionali di atleti di ogni tipo, posto che contengano una certa varietà di alimenti vegetali. Gli atleti vegetariani possono trarre beneficio da interventi di educazione alla scelta dei cibi che aumentano la performance atletica, riducono lo stato infiammatorio e migliorano globalmente lo stato di salute. I fabbisogni energetici degli atleti onnivori e vegetariani , variano considerevolmente e dipendono dalla corporatura, dalla sua composizione, dal sesso, dal regime di allenamento e dal tipo di attività fisica. Il consumo energetico può variare tra le circa 2600 kcal/die delle nuotatrici femmine, alle circa 8500 kcal/die dei ciclisti maschi impegnati nel Tour de France.
I carboidrati dovrebbero costituire la quota percentuale maggiore nella dieta degli atleti. Le linee guida nutrizionali per gli sportivi raccomandano che il 70-75% dell’energia totale provenga dai carboidrati. Gli atleti vegetariani dovrebbero educarsi all’uso di buone fonti di carboidrati per soddisfare l’apporto giornaliero di 7-10 gr/kg. Il fabbisogno di proteine degli atleti varia a seconda del tipo di attività e del grado di allenamento. Il fabbisogno compreso tra 1.2-1.4 gr/kg/die circa per atleti che pratichino sport di resistenza e tra 1.4-1.8 gr/kg/die circa per atleti che pratichino sport di forza. Il razionale che giustifica una richiesta addizionale di proteine negli allenamenti degli sport di resistenza e di forza risulta da un’aumentata utilizzazione delle proteine come carburante ausiliario durante l’esercizio fisico e in misura minore dal deposito di proteine durante l’aumento della massa muscolare. Nonostante la controversia riguardante i fabbisogni proteici, gli atleti vegetariani possono raggiungere facilmente un adeguato apporto proteico a patto che la loro dieta sia adeguata in apporto energetico e costituita da una certa varietà di cibi contenenti proteine vegetali, come legumi, cereali, noci e semi. I vegetariani non devono preoccuparsi di mangiare “proteine complementari” ad ogni pasto, ma piuttosto nel corso della giornata. Le diete vegetariane contengono in media il 12.5% di energia proveniente dalle proteine, mentre le diete vegane ne contengono l’11%.
Meno del 30% dell’apporto energetico totale deve provenire dai grassi, che possono costituire un’importante forma di carburante durante un esercizio fisico prolungato nel tempo. Diete vegetariane estremamente povere in grassi (meno del 10%), come quella raccomandata da Ornish et al, possono essere benefiche per quegli individui che presentano una storia familiare di malattie cardiovascolari, tali diete possono però essere troppo restrittive per gli atleti che praticano un allenamento intenso. Un apporto più elevato in grassi – in particolar modo grassi mono e polinsaturi – può essere realmente benefico.  L’aggiunta di più cibi grassi come noci e semi, burro di noci, tahini, avocado, olive, olio di oliva, olio di sesamo, può facilitare l’atleta vegetariano negli allenamenti intensi a soddisfare il fabbisogno energetico e nutrizionale.

 

Cala l’obesità, -13% nei bimbi italiani in sovrappeso in 10 anni

Il loro numero è diminuito del 13% in meno di dieci anni ma ancora, nel 2016, 3 bimbi su 10 nel nostro Paese sono in sovrappeso o obesi. Di fronte a un dato che allarma le autorità sanitarie e ci vede tra gli ultimi posti in Europa, però, le famiglie spesso chiudono gli occhi, sminuiscono o negano il problema: il 40% delle madri di bambini in sovrappeso o obesi ritiene che il peso del proprio figlio sia nella norma. E’ quanto emerge dai nuovi dati 2016 del Sistema di Sorveglianza “Okkio alla Salute”, promosso dal Ministero della Salute e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss).
L’indagine, basata su un campione di 48.946 bambini e 48.464 genitori, mostra che la percentuale di obesi tra i 6 e i 10 anni scende dal 12% del 2008/09 al 9,3% del 2016, e quella dei bambini in sovrappeso passa dal 23,2% al 21,3%. Ciò significa che complessivamente i piccoli in eccesso ponderale passano dal 35,2% al 30,6% in meno di dieci anni, ovvero circa il 5% in meno (che coincide con una diminuzione del 13% di questa popolazione). “Nonostante il miglioramento registrato, restano forti differenze geografiche tra Nord e Sud”, commenta Walter Ricciardi, presidente dell’Iss. Le regioni meridionali sono infatti tutte al di sopra della soglia media nazionale, quelle del Nord al di sotto: si va dalla Campania con il 44% di bimbi che pesano troppo, alla virtuosa Bolzano che ne conta il 15%.  
Intanto le cattive abitudini continuano a proliferare. “L’8% dei bambini salta la prima colazione, il 33% fa una colazione inadeguata, il 53% fa merenda troppo abbondante”, spiega Angela Spinelli del Centro Nazionale Prevenzione delle Malattie e Promozione della Salute. E, aggiunge, “il 20% dei genitori dichiara che i figli non consumano quotidianamente frutta e verdura, mentre il 36% consuma ogni giorno bevande zuccherate”.  Una tendenza in miglioramento, ma che va di pari passo con la sedentarietà dei bimbi italiani. Uno su 3 (33,8%) fa attività fisica meno di un giorno a settimana, solo 1 su 4 va a scuola a piedi o in bici. Attitudini che si rispecchiano nell’uso scorretto delle tecnologie: 4 su 10 guardano la tv o gioca con videogiochi, tablet, cellulari per più di 2 ore al giorno.
In compenso la distribuzione di alimenti sani nelle scuole è passata dal 13% del 2008 al 51% del 2016, la presenza della mensa dal 66% al 72% e il 70% degli istituti ha intrapreso iniziative di educazione alimentare. “La diminuzione del tasso di obesità nei bambini – conclude Ricciardi – è segno che le politiche sanitarie messe in atto cominciano a dare i primi risultati ed è anche il segnale che dobbiamo concentrare maggiormente gli sforzi in questa direzione”.
Fonte: Ministero Salute, Iss

 

Hiking. I benefici della camminata

È qualcosa di molto semplice e alla portata di tutti. Non serve attrezzatura particolare ed è assolutamente gratuita. Fa bene alla salute a molti livelli diversi e contribuisce a combattere la sedentarietà. La camminata è un vero e proprio toccasana per la salute. Vediamo perché.
Cuore e dintorni
“Con la camminata abbiamo benefici a livello dell’apparato cardiovascolare, con una diminuzione della pressione arteriosa e del battito cardiaco – osserva Gianfranco Beltrami, specialista in cardiologia e medicina dello sport, docente all’università di Parma e vicepresidente della federazione medico-sportiva italiana – anche il cuore trae beneficio da questo tipo di lavoro aerobico: c’è un vantaggio documentato che riguarda la prevenzione della cardiopatia ischemica, quindi un minor rischio di morte per infarto, per ictus o per coronaropatia”.
I benefici del “dopo passeggiata”
Come ogni esercizio fisico, anche la camminata ha una ricaduta positiva sulla composizione corporea: “Sappiamo che non è soltanto il consumo calorico giornaliero associato alla camminata, ma anche quello che viene chiamato Epoc, cioè quello che si consuma dopo aver terminato l’attività fisica, che consente di avere dei vantaggi nel mantenimento di un corretto rapporto tra massa grassa e massa magra”, sottolinea l’esperto.
Glicemia e diabete
Anche sul fronte dell’equilibrio metabolico, una passeggiata quotidiana permette di ridurre i livelli di glicemia, comportando “un beneficio nella prevenzione, ma anche nella cure del diabete e delle dislipidemie, quindi tutti casi in cui si hanno colesterolo o trigliceridi alti”, prosegue Beltrami.
Ansia e stress
Croce e delizia della vita moderna, da una parte ci stimolano, dall’altra ci opprimono. Prendere una boccata d’aria camminando permette di tenerli a bada: “Quando si cammina il nostro corpo secerne le endorfine, che sono quegli ormoni positivi stimolati dall’esercizio fisico – ricorda il medico – Questo si traduce in una sensazione maggiore di benessere, che consente di affrontare le attività quotidiane e la giornata in maniera migliore”.
Muscoli e articolazioni
“Mantenendo muscoli e articolazioni ‘attivi’ andiamo a combattere la sedentarietà, che è un fattore di rischio per tantissime patologie. Nei soggetti più avanti con l’età, inoltre, la passeggiata quotidiana può aiutare a prevenire l’artrosi e la sarcopenia, cioè la diminuzione del muscolo che si osserva in tutti i soggetti anziani”.
10 mila passi al giorno
Una possibile ricetta per un maggior benessere semplicemente camminando? “Bisognerebbe farlo tutti i giorni o almeno a giorni alterni – evidenzia Beltrami – L’ideale sarebbe almeno un’ora, seguendo la regola sempre valida dei 10.000 passi al giorno, che sono circa 5-6 km mediamente, a seconda della lunghezza del passo di ciascuno. Chi non può farli fa bene comunque a muoversi, considerando però che avrà vantaggi attenuati”.
Il nordic walking
Per incrementare i benefici e il consumo di calorie, si può camminare con gli appositi bastoncini: “Il nordic walking dà un vantaggio ulteriore perché consente di mobilizzare di più anche arti superiori che sono meno utilizzati di quando si cammina – osserva l’esperto – Si tonificano di più anche le masse muscolari delle braccia e i pettorali, oltre a esserci un mantenimento migliore dell’equilibrio che influenza positivamente anche la postura”.

 

Crescono i consumi di frutta e verdura in Italia

Continuano a crescere i consumi di frutta e verdura degli italiani nei primi mesi del 2017, confermando una tendenza già osservata l’anno passato. Ma i dati rilasciati a fine aprile sono i migliori degli ultimi 17 anni.  Lo si legge nel rapporto Macfrut Consumers’ Trend, un osservatorio realizzato da Macfrut, fiera di filiera, in collaborazione con il CSO (Centro Servizi Ortofrutticoli), che “presenterà mensilmente informazioni e dati sui consumi di frutta e verdura con un’attenzione particolare alle tendenze innovative”, per documentare l’atteggiamento dei consumatori nei confronti di nuovi prodotti o segmenti di offerta verso le filiere ad alto contenuto di innovazione. Rispetto allo stesso periodo del 2016 è stata registrata una crescita nelle vendite di frutta e verdura, che ha meravigliato gli addetti ai lavori: le condizioni climatiche hanno più volte messo a dura prova la tenuta del comparto, creando problemi alla produzione, alla logistica e alla distribuzione; difficoltà che avrebbero dovuto sfiduciare i clienti delle catene distributive spesso sprovviste di merce – si legge nel comunicato – e sfavorire gli acquisti, anche per gli aumenti di prezzo: nel periodo in esame infatti l’ortofrutta è giunta a 1,62€/kg medi (+3% sul 2016); in particolare la frutta è stata acquistata mediamente a 1,47€/kg (+2%) e gli ortaggi a 1,80€/kg (+3%).
Ad aumentare, invece, sono stati i volumi di vendita: 3 milioni di tonnellate di ortofrutta acquistata pari a un 4% in più sul 2016 e 590 mila tonnellate di ortaggi (+5%). Fra le specie preferite troviamo le patate, insalate e pomodori (+9%), i carciofi (+7%) e i radicchi (+11%). Viceversa, a risentire dell’aumento dei prezzi medi, a causa delle condizioni climatiche, sono state le zucchine (+11%), i pomodori (+7%), le melanzane (+6%), i finocchi, peperoni e radicchi (+5%). La frutta vede aumenti dei volumi acquistati per tutte le varietà tipicamente invernali: +4% delle mele, +2% delle arance ed +7% delle clementine. Meno bene per le pere (+1%), mentre si è osservata una ripresa della vendita del kiwi (+8%).
Dove preferibilmente acquistano gli italiani? Dai dati 2016 si vede una netta predilezione per la grande distribuzione organizzata, pari al 62% (stabile verso il 2015): i supermercati fanno la parte del “leone” con il 35% dei volumi venduti, poi i discount (14%), gli ipermercati (11%) e le superette (2%). La vendita al dettaglio è coperta per il restante 22% dai tradizionali fruttivendoli e dai rivenditori ambulanti (17%).

Dieta digiuno? Saltare i pasti a giorni alterni vs regime ipocalorico

Le persone che digiunano a giorni alterni non perdono più peso rispetto a chi si sottopone a un regime ipocalorico classico, inoltre, il tasso di abbandono della dieta che prevede il digiuno a giorni alterni sembrerebbe essere più elevato. Questo è quanto conclude un team di ricercatori della Tufts University di Boston la cui ricerca è pubblicata su JAMA Internal Medicine. I regimi dietetici che includono il digiuno a giorni alterni sono diventati molto popolari e questo è dovuto in parte al fatto che alcune persone faticano a perdere i chili di troppo con le diete tradizionali incentrate sulla conta delle calorie da introdurre giornalmente.
Lo studio
I ricercatori hanno assegnato per 12 mesi, in modo randomizzato, 100 adulti obesi a tre diversi gruppi dietetici: un gruppo portava avanti le abitudini alimentari alle quali era abituato, un secondo gruppo introduceva il digiuno a giorni alterni e un terzo gruppo veniva sottoposto ad una forte restrizione calorica giornaliera. La quantità di calorie totali introdotte negli ultimi due gruppi era la medesima. I partecipanti allo studio, in prevalenza di sesso femminile, avevano un’età media di 44 anni. Nel gruppo digiuno i partecipanti alternavano un taglio delle calorie del 75% in un certo giorno e il giorno successivo aumentavano l’introito calorico del 25%, mentre il terzo gruppo aveva tagliato del 25% l’introito calorico tutti i giorni.
Risultati
Dopo i 12 mesi il gruppo che aveva seguito il digiuno a giorni alterni aveva perso più peso, ma non in modo significativo rispetto agli altri due gruppi (6% del peso totale nel gruppo digiuno, 5,3% nel gruppo a restrizione calorica giornaliera), tanto da far concludere ai ricercatori che ciò fosse dovuto al caso. In cambio, il regime era stato abbandonato dal 38% nel gruppo digiuno e dal 29% nel gruppo restrizione calorica giornaliera, il che rappresenta anche un limite della ricerca stessa. Questo vuol dire che il digiuno a giorni alterni non è una soluzione sostenibile a lungo termine per perdere peso. “Lo studio dice che saltare i pasti a giorni alterni non è la bacchetta magica come è stato pubblicizzato – afferma Susan Roberts direttore del laboratorio di metabolismo energetico presso l’USDA Nutrition Center della Tufts University di Boston – naturalmente questo non vuol dire che sia inutile, dal momento che in alcune persona funziona”.
Il rischio binging
E’ ancora in atto la valutazione su quanto sia sano questo approccio dietetico, infatti la dieta del digiuno a giorni alterni potrebbe, secondo i ricercatori come Samantha Heller, nutrizionista alla New York University Langone Medical Center di New York City, esacerbare comportamenti alimentari estremi come il binging. Il digiuno intermittente, infatti, non insegna strategie per l’adozione e il mantenimento di un sano stile di vita che, secondo la dottoressa Heller, implica nel lungo termine una dieta sana ed equilibrata, fatta anche di alimenti piacevoli ai quali le persone non devono rinunciare.
Fonte: JAMA Internal Medicine

 

Diete ‘yo-yo’: aumentano il rischio

Nello scenario variegato delle diete pericolose per la salute vi sono anche le cosiddette diete “yo-yo”, intendendo con questo termine l’alternanza di periodi di regime alimentare a contenuto calorico estremamente ridotto, se non di digiuno vero e proprio, a periodi di trasgressioni sfrenate con assunzione di calorie in eccesso.
Ma per le persone già cardiopatiche, tutto questo si traduce in drammatiche oscillazioni del peso corporeo e in “un’altalena del metabolismo dell’insulina” con un aumento del rischio di eventi cardiovascolari e della mortalità. E’ quanto dimostra una ricerca pubblicata sul New England Journal of Medicine.
Lo studio, che ha coinvolto oltre 9.500 partecipanti, tutti già con problemi di cardiopatia coronarica e di colesterolo in eccesso, ha di fatto evidenziato che le persone più instabili sulla bilancia presentavano anche un importante aumento del rischio di eventi coronarici (64%), cardiovascolari (+85%), mortalità (+124%), di infarto (+117%) e di ictus (+ 136%).
Se da un lato – come osservano in conclusione Srilap Bangalore e il suo team di ricercatori della New York University School of Medicine autori dello studio – si può dire con certezza che la riduzione del peso possa costituire una soluzione importante per i soggetti obesi non ancora cardiopatici, dall’altro, per quelli già cardiopatici, fare su e giù col peso, come dimostrato in questo studio, può dare grossi problemi: non solo aumenta il rischio di eventi cardiovascolari, ma anche quello di morte per tutte le cause e di insorgenza del diabete.

Fegato grasso per un italiano su quattro,
colpa di diete sbagliate

Un italiano su 4 ha il ‘fegato grasso’, ovvero soffre di ‘steatosi epatica non alcolica’, una patologia che predispone alle malattie croniche di fegato (fino alla cirrosi) e alle malattie cardiovascolari.
Colpa di diete sbagliate (troppo grasse e piene di zuccheri) e anche degli effetti che questi squilibri alimentari hanno sulla flora intestinale (microbiota). Si tratta, spiegano in una nota gli esperti della Società Italiana di Gastroenterologia e Endoscopia digestiva (Sige), di una vera e propria epidemia di ‘fegato grasso’ (al momento è la più comune malattia di fegato nel mondo, presente nell’80-90 % degli obesi e nel 30-50 % dei diabetici).
Il fegato grasso (cioè le cellule epatiche piene di trigliceridi), spiega Antonio Craxì, presidente SIGE, è figlio di dieta esagerata in grassi e calorie, tipica dei regimi dietetici di tipo ‘occidentale’, che si sono troppo discostati dalle nostre radici alimentari, dal regime dietetico amico della salute per eccellenza, la dieta mediterranea. Secondo stime americane, entro il 2030 il fegato grasso sarà la principale causa di cirrosi e la prima causa di ricorso al trapianto di fegato, superando le epatopatie croniche da virus dell’epatite B e C (che grazie alle nuove terapie e al vaccino sono destinate a ridursi nel tempo) e la cirrosi alcolica.
Importante anche il ruolo del microbiota, spiega Ludovico Abenavoli dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, che viene totalmente squilibrato da diete scorrette e che, di rimando, altera il metabolismo degli zuccheri e dei grassi e quindi predispone a sovrappeso-obesità, in particolare a livello viscerale, all’insulino-resistenza al diabete, alle patologie cardiovascolari, ai tumori e, come scoperto più di recente, anche alla steatosi epatica non alcolica. Il rimedio è a portata di mano, concludono gli esperti: la dieta mediterranea ci aiuta a ‘coltivare’ una sana flora intestinale e a proteggerci dal fegato grasso.

 

Il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione del cibo:
che cos’è e come riconoscerlo

Non è raro che alcuni bambini siano etichettati come mangiatori “schizzinosi” o “selettivi” perché non sembrano essere interessati al cibo o perché limitano il loro introito di cibo a solo cinque/sei alimenti. In molti casi, fortunatamente, l’alimentazione selettiva non ha un’influenza negativa sullo sviluppo psico-fisico, perché il bambino mantiene un introito calorico adeguato, e si risolve spontaneamente nell’adolescenza, quando la pressione dei pari si associa ad un allargamento della varietà dei cibi assunti. In un sottogruppo di bambini, però, l’alimentazione selettiva può compromettere in modo significativo la crescita e lo sviluppo e, in alcuni casi, soddisfare i criteri diagnostici del disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione del cibo (ARFID).
L’ARFID è un disturbo introdotto nel 2013 dalla quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), che ha unito in un’unica categoria diagnostica i disturbi della nutrizione dell’infanzia con i disturbi dell’alimentazione.
La diagnosi di ARFID si pone quando si verifica un persistente fallimento nel soddisfare le necessità nutrizionali e/o energetiche che determina una (o più) delle seguenti conseguenze: (i) perdita di peso significativa (o fallimento di raggiungere l’aumento di peso atteso o inadeguata crescita nei bambini); (ii) deficit nutrizionale significativo; (iii) funzionamento dipendente dalla nutrizione enterale o dai supplementi orali; (iv) marcata interferenza con il funzionamento psicosociale.

Nell’ARFID sono stati proposti tre sottotipi: (i) evitamento del cibo per un’apparente mancanza d’interesse per il mangiare o il cibo (una condizione chiamata anche disturbo emotivo di evitamento del cibo); (ii) evitamento sensoriale del cibo, in cui l’evitamento del cibo è legato alle sue proprietà sensoriali quali l’aspetto, l’odore, la consistenza, il gusto o la temperatura; (iii) evitamento del cibo dovuto alle preoccupazioni per le conseguenze avversive del mangiare, come il soffocarsi, il vomitare o lo stare male. In questi pazienti sono anche comuni sintomi come il dolore addominale, la nausea e la malattia da reflusso gastro-esofageo. È da sottolineare che, sebbene questa suddivisione sia clinicamente utile quando si effettua la formulazione del caso, i sottotipi dell’ARFID non hanno ancora ricevuto una validazione empirica.
Per porre diagnosi di ARFID, il disturbo non deve essere spiegato dalla mancata disponibilità di cibo o da una pratica culturalmente sancita, non deve manifestarsi esclusivamente durante il decorso dell’anoressia nervosa e della bulimia nervosa e non deve esserci l’evidenza che l’evitamento del cibo sia la conseguenza della paura d’ingrassare e dell’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo.  Infine, il disturbo non deve essere attribuibile a una malattia medica concomitante o essere spiegato da un altro disturbo mentale. Quando il disturbo dell’alimentazione si verifica nel contesto di un’altra condizione o disturbo, la gravità del disturbo dell’alimentazione deve eccedere quella abitualmente associata con la condizione o il disturbo ed è sufficientemente grave da giustificare un’attenzione clinica aggiuntiva.
La prevalenza dell’ARFID è stata valutata solo in studi retrospettivi e i risultati preliminari indicano che i pazienti con questo disturbo tendono ad essere più giovani rispetto a quelli con anoressia nervosa e bulimia nervosa e che, rispetto a questi disturbi, il disturbo sembra colpire un maggior numero di maschi. Inoltre, il disturbo presenta una frequente comorbilità per i disturbi d’ansia e, in alcuni casi, per il disturbo da deficit di attenzione/iperattività e i disturbi dello spettro autistico.
Riccardo Dalle Grave

 

Il paradosso del colesterolo HDL

E’ ben nota la relazione inversa tra concentrazione plasmatica delle HDL e rischio cardiovascolare per cui bassi valori di HDL, come accade nella sindrome metabolica, sono considerati un fattore prognostico negativo.
Recentemente si sta facendo strada l’ipotesi che anche valori molto elevati di HDL possano essere correlati ad una prognosi peggiore.
La conferma viene da un ampio studio epidemiologico danese che ha considerato 52.268 uomini e 64.240 donne arruolati in due coorti prospettiche e seguiti con un follow-up, valutando la mortalità per tutte le cause.
Grazie a questo grande database si è potuto constatare che la relazione tra concentrazione di HDL e mortalità non è lineare ma ha una conformazione a “U” in quanto sia i valori molto bassi che quelli molto elevati sono associati, sia negli uomini che nelle donne, con una maggiore mortalità.
I valori di HDL associati con la più bassa mortalità sono intorno a 73 mg/dL (intervallo di confidenza al 95% 54-77 mg/dL). Dai dati emersi, si evince che la mortalità per tutte le cause arriva fino a raddoppiarsi negli uomini con valori estremamente elevati della concentrazione di HDL.
Questo fenomeno trova probabilmente la sua spiegazione nel fatto che la riduzione del rischio cardiovascolare si correla non tanto con la concentrazione plasmatica delle HDL quanto con la loro capacità di rimuovere il colesterolo dai macrofagi (capacità di efflusso), parametro attualmente non valutabile routinariamente in ambito clinico. E’ quindi possibile che i soggetti con concentrazioni molto elevate di HDL in realtà abbiano delle HDL meno efficienti nel rimuovere il colesterolo e, pertanto, siano esposte ad un maggior rischio di progressione del processo aterosclerotico.

 

Siaip: intolleranze alimentari, sono troppi i test-bufala

Il documento della Società fa chiarezza su metodi e diagnosi.
“Troppe le prove farlocche sulle intolleranze alimentari”. Il proliferare di test privi di fondamento scientifico, come il Dria, quello di neutralizzazione, la kinesiologia applicata, la biorisonanza, l’analisi del capello, l’iridologia, ha spinto la Siaip a produrre un documento in cui si fa chiarezza sulle diagnosi di intolleranza e allergia alimentare. Dell’argomento si è parlato al Congresso della Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica a Firenze.
“Allergie e intolleranze alimentari sembrano essere diventate frequentissime negli ultimi anni, ma nella maggioranza dei casi il fenomeno è legato a diagnosi non corrette”, ha sottolineato Mauro Calvani, coordinatore della Commissione Allergia Alimentare della Società. “I veri allergici tra i bambini non superano il 5-10%”, ha spiegato. Alla diagnosi si può arrivare, è stato chiarito, solo dopo un corretto iter diagnostico che prevede, tra gli altri, l’eliminazione temporanea e la reintroduzione dell’alimento sospettato e l’utilizzo di test ben standardizzati e di basso costo. Ad esempio gli Skin Prick Test, il dosaggio delle IgE specifiche per gli alimenti e degli anticorpi per il glutine, il breath test per il lattosio, e se necessario esami più complessi come l’esecuzione di una biopsia intestinale.

 

Indicazioni nutrizionali da seguire nelle 24 ore prima della maratona

Premettendo che la nutrizione di un atleta nelle 24 che precedono la competizione non può compensare eventuali abitudini alimentari scorrette, certamente la qualità, la quantità e la tempistica di assunzione dei cibi in queste 24 ore possono rivelarsi cruciali per il rendimento sportivo e il recupero post-esercizio.
Nel caso di un podista che si appresti a correre la maratona di domenica mattina, il sabato deve essere caratterizzato da un’assunzione regolare ed omogenea di alimenti a base glucidica, preferibilmente a medio-basso indice glicemico, al fine di raggiungere un apporto di carboidrati pari a 8-10 g/kg di peso corporeo.
I glucidi devono essere quindi presenti in tutti i pasti principali (colazione, pranzo cena) e spuntini (generalmente uno al mattino e due al pomeriggio), al fine di prevenire sbalzi glicemici e massimizzare lo stoccaggio del glicogeno a livello epatico e muscolare.
L’apporto proteico raccomandato (1-1,2 g/kg di peso) è equivalente a quello di una dieta normoproteica, di conseguenza non è necessario aumentare l’apporto di proteine, quanto sceglierne accuratamente fonti di elevata qualità nutrizionale e biodisponibilità: da preferire quindi proteine magre di origine animale, come carne bianca o pesce, oppure latte e latticini magri, al fine di ottenere un pattern aminoacidico completo e un elevato contenuto in aminoacidi ramificati.
L’apporto idrico deve garantire la completa copertura dei fabbisogni ma deve essere ridotto nelle ore serali, per prevenire risvegli notturni alteranti la qualità del sonno. In generale l’apporto di fibre deve essere ridotto, per favorire l’assorbimento dei nutrienti e prevenire problematiche intestinali di tipo fermentativo: si suggerisce dunque di sostituire frutta e verdura con i loro estratti, eliminare i legumi e minimizzare l’assunzione di frutta secca oleosa.
La colazione prima della maratona, generalmente 3 ore prima della partenza, deve essere basata su carboidrati a lento assorbimento come porridge (avena), pasta, pane integrale o di segale, muesli, ecc., per poi aggiungere zuccheri semplici a basso indice glicemico (come miele, sciroppo d’agave, marmellata), proteine magre (latte scremato, bresaola, albume d’uovo), fonti lipidiche ricche in grassi MCT (come il burro di cocco) e W3 (noci e altra frutta secca oleosa), e, infine, liquidi (acqua, estratto di frutta fresca).

 

Obesità infantile: 6 consigli per non fare ingrassare i tuoi bambini

I rischi di sovrappeso e obesità
L’amore per i propri figli spesso mette in condizione i genitori di sottovalutare alcuni aspetti della loro salute. Di fronte a un bambino che sta ingrassando il genitore spesso dice che è robusto, paffutello, che è ancora più bello e tenero con il suo aspetto cicciottello. Purtroppo però questa tenerezza non è sempre d’aiuto ai bambini, essere “paffutelli” può significare che si è presa una strada che porterà al sovrappeso. Il sovrappeso e l’obesità infantile sono pericolosi come delle vere e proprie malattie, proprio perché sono una delle prime cause dell’insorgere di malattie anche gravi come il diabete ed anche le patologie cardiovascolari purtroppo sempre più presenti anche nei bambini. Non vanno sottovalutate nemmeno le complicanze psicologiche, come i disturbi dell’immagine corporea e del comportamento alimentare o la depressione, che colpiscono in particolare le adolescenti.
I bambini obesi hanno molte più possibilità di divenire degli adulti obesi, con tutte le conseguenze per la salute che questa patologia ha anche da grandi. Non è un caso che l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) abbia fatto indagini planetarie che hanno calcolato ben 42 milioni di bambini obesi (in Italia siamo già a circa il 35% di bambini sovrappeso e obesi).
Dopo un lavoro di analisi durato due anni sulla popolazione infantile mondiale, la Commissione dell’OMS ha definito l’obesità una vera e propria pandemia da combattere e ha invitato le istituzioni, e in particolare i genitori, a “uno sforzo comune” per contrastare sovrappeso e obesità nei bambini. Ecco i 6 consigli importanti.
Controllare l’aumento di peso durante la gravidanza
Bisogna innanzitutto superare la convinzione comune delle gestanti che pensano: “dal momento in cui siamo in due occorre anche mangiare per due”. Non è affatto così. La donna gravida deve seguire una dieta variata ed equilibrata che apporti tutti i macro e micronutrienti necessari per la sua salute e lo sviluppo fisiologico del bambino.
1° consiglio: tenere sotto controllo il peso della mamma e la crescita del bambino.
Mediamente la necessità d’incremento di cibo (energia) inizia intorno al terzo mese di gravidanza ed è opportuno aumentare l’introito di 2/300 calorie,  pari a una porzione scarsa di pasta (80 g) condita con un cucchiaio d’olio e pomodoro. La futura mamma dovrà mangiare meno se è già sovrappeso e un po’ di più se invece è sottopeso all’inizio della gravidanza.
Premesso che la donna gravida dovrebbe concordare con il proprio ginecologo il peso entro il quale dovrebbe restare durante tutto il periodo di gravidanza, svolgendo una normale attività fisica (che comprende anche la ginnastica pre-parto), la mamma dovrebbe aumentare mediamente il suo peso:
– da 9 a 12 kg in caso di una donna normopeso (BMI tra 18,6 a 24,9)
– da 7 a 11 se la mamma è già sovrappeso o obesa (BMI superiore a 25)
– da 12 a 18 se la gestante è sottopeso (BMI inferiore a 18).
Se alla nascita i bambini hanno un peso superiore alla media è sufficiente alimentarli (latte materno o formulato) in modo regolare secondo le indicazioni del pediatra per riportarli in poco tempo alla normalità. Nel caso il bambino richieda più cibo di quanto il pediatra abbia indicato, accontentarlo potrebbe significare mantenere il suo stato ponderale sopra la norma, condizione che potrebbe portare ad obesità infantile in alcuni mesi, aumentando sempre più la difficoltà di riportarlo alla normalità.
La corretta alimentazione insegnata dai genitori
Educare il bambino alla corretta alimentazione è complesso quanto insegnarli a camminare o a studiare. Come ogni buon insegnante sa, l’esempio è fondamentale, quello dei genitori poi veramente propedeutico. Il bambino è disponibile all’imitazione, anzi incline.
2° consiglio: controllare l’alimentazione in quantità e qualità dall’allattamento all’adolescenza.
Durante lo svezzamento è la mamma che, con garbo e fermezza, decide cosa devono mangiare i bambini. Spesso le mamme hanno la preoccupazione che il bambino mangi poco e per questo lo forzano a mangiare di più, aumentando il rischio di farlo ingrassare. Nessuno meglio del bambino sa se deve mangiare ancora o meno, ma alcuni bambini possono chiedere più cibo, o rifiutarlo per ragioni di relazione con i genitori o con l’ambiente, in questi casi la soluzione è dare al bambino la quantità giusta stabilita con il pediatra.
Alcune avvertenze:
– Comprate solo quello che il bambino deve mangiare.
– Preparate nel piatto solo la porzione dovuta, fate in modo che impari ad alimentarsi con piccoli bocconi, insegnate a mangiare lentamente.
– Mangiate con il bambino fin dal primo mattino , fare la colazione insieme diventerà un momento molto piacevole quando saranno grandicelli.
– Se il bambino siede a tavola con voi, date il buon esempio, mangiate quello che mangia lui, la corretta alimentazione, variata e completa di ogni nutriente, servita con la giusta frequenza settimanale funziona per tutti, grandi e piccini.
Guerra alle bevande zuccherate
Dallo svezzamento a circa 3 anni, nella maggioranza dei casi, i bambini mangiano quello che i genitori servono loro, ma crescendo i bambini diventano più autonomi e sono in grado di fare delle scelte, di chiedere alcuni alimenti o bevande preferite, ed anche di “servirsi” da soli.
Uno dei pericoli maggiori è un eccessivo consumo di zuccheri semplici che fanno parte di tutte le preparazioni di sapore dolce, comprese le bevande che risultano più sottovalutate perché “bevendo” si ha la percezione che non apportino molte calorie. Una delle prime cause di sovrappeso infantile è il grande consumo di bevande zuccherate . L’eccesiva assunzione di zucchero è anche responsabile della crescita di casi di diabete di tipo II e della carie dentale. Per questo l’OMS ha lanciato un appello a tutti i Paesi per introdurre politiche fiscali che disincentivino il consumo di bevande che contengano zuccheri aggiunti.
3° consiglio: evitare o consumare molto raramente alimenti cha apportano solo calorie.
Gli zuccheri aggiunti alle bevande come a quella comunemente chiamata aranciata, o alle cole, apportano quasi esclusivamente calorie “vuote” chiamate così perché non hanno nessun altro valore nutrizionale oltre l’energia subito disponibile dello zucchero semplice, sia esso saccarosio (zucchero bianco da cucina, e anche grezzo di canna) fruttosio aggiunto, ed anche miele nel quale sono presenti altre sostanze minerali e oligoelementi, ma poco significativi rispetto al fruttosio che contengono.
Facciamo un esempio:
– una cola media (40 cl) apporta circa 176 kcal così come una bevanda all’arancia o limone, quasi come una birra media che un genitore beve mangiando una pizza (180 kcal).
– 176 kcal in un bambino di 4 anni, che mediamente pesa 18 chili e dovrebbe assumere giornalmente una media di 1.500 kcal, rappresentano il 12% di tutta l’energia della giornata.
Le calorie assunte con le bevande zuccherate, come spesso accade, finiscono per essere in eccedenza rispetto all’energia che si consuma e così si aumenta di peso. Questo è il motivo per cui è bene limitare il più possibile il consumo di bevande zuccherate, sia nei bambini che negli adulti, compresi i succhi di frutta zuccherati, meglio scegliere di bere solo acqua, o bevande di frutta al naturale senza aggiunta di zuccheri semplici. Occhio quindi alle etichette di bevande e succhi di frutta.
Guerra alla sedentarietà
L’osservanza del bilancio energetico vale anche per i bambini: introdurre energia (cibo) pari a quanta se ne “consuma” in una giornata. Va da sé che un bambino o un adolescente sedentario che d’abitudine sta in casa, guarda la TV o videogiochi, e si muove a piedi solo per andare a scuola, corre molti più rischi d’ingrassare.
4° consiglio: educare il bambino ad uno stile di vita dinamico e incoraggiarlo a praticare uno sport.
La prima regola per i genitori è certamente quella di fare cresce i bambini dando il buon esempio:
– Creare occasioni per camminare e stare all’aperto, passeggiare e fare giochi dinamici con i figli.
– Limitare con fermezza il tempo passato davanti alla TV e proibire di mangiare snack vari durante gli spettacoli. Il tempo massimo di TV e videogiochi non dovrebbe superare le 2 ore quotidiane complessive.
– Spronare e agevolare i propri figli a partecipare a giochi collettivi, o sport di squadra. Lo sport, oltre che permettere una crescita più salutare e fisiologica, migliora il carattere dei bambini e li rende più socievoli.
– Favorire sani stili di vita dando l’esempio
Il corretto stile di vita del genitore è educativo e formativo per i bambini fin da piccoli.
5° consiglio: organizzare la vita della famiglia con l’obiettivo della salute e serenità per grandi e piccini.
Vi sono piccoli, ma importanti, atteggiamenti che il genitore dovrebbe assumere per automaticamente farli diventare uno “stile di vita” consolidato nel bambino, che guadagnerà in salute per tutta la vita.
– L’orario della sveglia e della nanna è importante perché determina i bioritmi dei bambini: svegliarsi e andare a letto sempre alla stessa ora. Inoltre è bene che le ore di riposo siano sufficienti per l’età del bambino. Proprio l’Oms, sulla base di recenti studi, pone l’attenzione sull’influenza della durata e qualità del sonno sul peso dei bambini: quando dormono poco il rischio di obesità è più alto.
– Tenere il più possibile fisso l’orario e il numero dei 5 pasti giornalieri , organizzato ovviamente secondo l’età: rispettare sempre colazione del mattino, spuntino, pranzo, merenda, cena, migliora il metabolismo e distribuisce i picchi d’insulina, riducendo il rischio d’ingrassare o di elevare la glicemia.
– Determinare, secondo l’età e gli impegni dei bambini, l’orario del sonnellino, dei compiti, dei giochi all’aperto con gli amici, degli impegni sportivi, ecc., contribuisce a dare al bambino un punto di riferimento temporale che aiuta a ridurre lo stress e lo prepara a gestirsi in autonomia.
– Fare partecipare attivamente i bambini alle attività domestiche ne stimola l’autonomia e le competenze. In particolare farsi aiutare nella preparazione del cibo, coinvolgendoli in maniera giocosa nel mettere in pratica le ricette, è un ottimo modo perché comincino a comprendere come la nutrizione sia un aspetto importante e centrale della vita, a cui va posta cura e attenzione.
Dialogare e collaborare con la scuola
Se il primo compito educativo spetta ai genitori e ai parenti più stretti, al secondo posto viene certamente la scuola, che è chiamata a fare la sua parte anche per quel che riguarda l’educazione alimentare. Gli uni hanno reciprocamente bisogno dell’altra affinché i messaggi e gli insegnamenti siano univoci e non contrastanti, rafforzandosi a vicenda.
6° consiglio: collaborare con il personale della scuola per garantire ai bambini una nutrizione di qualità e un’adeguata educazione alimentare.
Se tra i genitori e la scuola s’instaura la giusta collaborazione gli effetti positivi possono moltiplicarsi. Basta prestare qualche attenzione, interessandosi anche a ciò che i propri bambini fanno e mangiano quando sono a scuola, dall’asilo nido in poi, per poter organizzare i pasti della giornata che faranno a casa.
In tutte le regioni il servizio delle mense scolastiche è organizzato da dietisti professionisti e spesso coordinato da medici specialisti in scienza dell’alimentazione.
I menu scolastici sono preparati perché i pasti della giornata fatti a scuola si completino con quelli fatti a casa per raggiungere un’equilibrata alimentazione quotidiana, è quindi importante che i genitori:
– Conoscano il menu giornaliero che è stato preparato per i bambini dove è indicato ciò che mangeranno a scuola, per organizzare i pasti che farà a casa. Spesso i menù mensili sono disponibili sui siti web dei Comuni o degli enti che gestiscono le scuole. In caso non ci fosse un menu completo dove si possa scorporare quello che mangerà a scuola con quello che invece mangerà a casa si dovrà aggiungere a ciò che consumerà a scuola (spuntino, pranzo e merenda) gli alimenti che dovrà mangiare a casa (colazione e cena) in modo da raggiungere l’equilibrio quotidiano necessario di calorie e nutrienti: carboidrati, proteine, grassi, minerali e vitamine.
– Si rivolgano al pediatra nel caso in cui non siano in grado di organizzare con la scuola un menu giornaliero adeguato. Il pediatra potrà consigliare cosa fare o indirizzare il genitore da un dietista che potrà, insieme ai genitori, mettere insieme i pasti fatti a scuola con quelli da fare a casa per tutti i giorni della settimana.
– Siano sereni. Infatti, i calcoli di calorie e nutrienti sono complessi, e un genitore mediamente non ha una cultura alimentare tale da poter organizzare diete perfette per il suo bambino, quindi, oltre che rivolgersi a professionisti, devono comunicare serenità e osservare, prendere appunti sull’alimentazione e l’attività fisica dei bambini e usare il buonsenso. Buon senso è anche non proibire al bambino di divertirsi come quando mangia una torta a un compleanno o durante le feste, ma far capire che certi alimenti si mangiano saltuariamente, non d’abitudine, in occasioni speciali.

Noi siamo e i bambini saranno quello che mangiamo. Il genitore deve essere vigile, non abbassare mai la guardia pur usando il buon senso, essere determinato e costante nelle proposte alimentari e nello spronare verso sport e attività fisica, anche quando il bambino le dovesse rifiutare. Il genitore dovrebbe ricordare che tutti i giorni, insieme ai suoi bambini, tutti possono guadagnare un po’ di salute.