Nutrizione News

Dieta iperproteica:

uno studio indaga gli effetti sul microbiota intestinale

 

La dieta, come più volte dimostrato, è senza dubbio il principale fattore che modula la composizione e determina la funzionalità del microbioma intestinale.

Un team di ricercatori cinesi ha voluto quindi analizzare gli effetti di un elevato apporto di proteine sul microbioma intestinale.

Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Anaerobe, ha messo a confronto per sei settimane ratti alimentati normalmente e ratti allevati con dieta iperproteica.

Per la determinazione qualitativa e quantitativa del microbiota, i ricercatori hanno collezionato settimanalmente campioni di feci analizzandoli con differenti tecniche strumentali tra le quali DGGE, PCR e gas cromatografia.

Infiammazione e stress ossidativo correlati alla dieta iperproteica

Una dieta ad alto contenuto proteico (45% dell’apporto nutritivo giornaliero totale) ha comportato, già nelle prime settimane, un incremento dei mediatori pro-infiammatori e del tasso di stress ossidativo a livello del colon oltre che un’alterazione strutturale del microbioma intestinale. In particolare, la specie Escherichia coli è aumentata di 21, 5.06 e 6.23 volte rispettivamente a 1, 4 e 6 settimane.

Molto più numerose sono invece quelle che vengono a diminuire tra le quali le più significative sono Prevotella, Bifidobacterium, Akkermansia muciniphila, Ruminococcus bromii e Roseburia/Eubacterium rectale (p<0.05).

Questi ultimi sono batteri fisiologicamente implicati nella via di metabolismo dei carboidrati per la sintesi di acidi grassi a catena corta quali acido acetico, propionico e butirrico.

Il butirrato, in particolare, rappresenta una fonte energetica essenziale per gli enterociti, cioè le cellule epiteliali e, inoltre, assieme al propionato, ha proprietà anti-infiammatorie e protettive per l’epitelio stesso.

Importante è anche il loro ruolo, compreso l’acido acetico, nell’ostacolare la proliferazione di batteri patogeni.

Una loro diminuzione dovuta all’elevato apporto proteico porta dunque a un aumento di rischio di patologie intestinali.

È stato inoltre dimostrato in questo studio come, nei campioni fecali prelevati da ratti con dieta modificata, a diminuire fosse anche la concentrazione di immunoglobuline G (IgG), direttamente correlate alla quantità di butirrato presente.

Oltre agli acidi grassi precedentemente riportati, anche le IgG, hanno un ruolo protettivo per l’organismo legandosi agli antigeni di specifiche specie batteriche patogene, come E. coli, limitandone il contatto con l’epitelio.

In conclusione, possiamo dunque affermare che una dieta iperproteica:

  • modifica la composizione e la funzionalità del microbioma intestinale;
  • porta a un significativo aumento della concentrazione di E. coli determinando un incremento del rischio di patologie infiammatorie intestinali;
  • porta a una diminuzione, oltre che di IgG protettive, anche di numerose specie batteriche implicate nella sintesi di acidi grassi essenziali per il mantenimento della “buona salute” del microbioma intestinale;
  • il butirrato fecale, in particolare, potrebbe avere un ruolo come marker nel determinare lo status del microbioma intestinale.

 

 

Dieta per la prevenzione

e il trattamento dell’infertilità

 

I dati epidemiologici parlano chiaro: prevalenza di infertilità, numeri dell’obesità e comprovata relazione causa-effetto tra il peso corporeo e l’infertilità. Per questo un gruppo di ricerca polacco ha scelto di organizzare le attuali conoscenze al fine di creare una base scientifica per la formulazione di una dieta per la fertilità. Innanzi tutto la riduzione del peso corporeo dovrebbe essere considerata una terapia di prima linea, ma una perdita di peso troppo rapida e l’applicazione di VLCD (very-low calorie diet), non è raccomandata perché può interferire con lo sviluppo degli ovociti e portare a una diminuzione della qualità ovocitaria degli embrioni, con conseguente interferenza con i percorsi di riproduzione assistita. Lo stato delle conoscenze sull’effetto dei macrocomponenti alimentari sulla fertilità femminile sembra essere coerente con le linee guida adottate per la salute, dove l’obiettivo comune è quello di evitare/ridurre l’insulino resistenza, iperinsulinemia e iperglicemia, e questo principio riguarda sia le donne con la diagnosi di PCOS, sia quelle senza PCOS. Migliorare infatti la sensibilità all’insulina determina un miglioramento della fertilità femminile. Per quanto riguarda l’importanza della fonte di proteine (pianta vs animale) come modulatore per la fertilità gli autori sostengono che il consumo di proteine animali favorisca l’infertilità ovulatoria, mentre il consumo di proteine vegetali abbia un effetto protettivo. Degno di nota che la carne rossa, come fonte di proteine animali e grassi saturi, non favorisce la fertilità per via della presenza residua di ormoni anabolici usati per sostenere la crescita entro il periodo di 60-90 giorni prima della macellazione negli Stati Uniti, in Canada e in altri paesi extra UE (nel UE tali azioni sono vietate). I ricercatori concludono che nel complesso è giustificato un intervento nutrizionale come elemento integrante nella prevenzione primaria e nel trattamento dell’infertilità.

 

Skrzypek M, Wdowiak A, Marzec A.Application of dietetics in reproductive medicine. Ann Agric Environ Med. 2017 Dec 23;24(4):559-565.

 

 

Dieta restrittiva.

Sotto le 800 calorie al dì il cuore ingrassa

 

Consumare meno di 800 calorie al giorno fa “ingrassare” il cuore, mettendolo a rischio. Potrebbe sembrare una contraddizione ma è proprio ciò che accade quando il regime calorico è troppo restrittivo: se da una parte il peso diminuisce, una quota notevole di grassi si muoverebbe verso il miocardio, l’involucro muscolare che lo fa funzionare. Attenzione, dunque, alle diete intensive perché a chi ha problemi di cuore potrebbe causare un deterioramento momentaneo delle funzioni cardiache. Emerge da uno studio condotto dai ricercatori del Centro di risonanza magnetica dell’Università di Oxford.

La premessa

“Questo tipo di dieta, diventata di moda negli scorsi anni, prevede l’assunzione di 600-800 calorie al giorno ed effettivamente fa perdere peso, riduce la pressione e migliora la condizione dei diabetici – spiega Jennifer Rayner, primo autore della ricerca – ma gli effetti sul cuore non erano mai stati indagati finora”.

La ricerca

Lo studio si è avvalso della risonanza magnetica per verificare l’impatto di una dieta molto restrittiva sul miocardio e la distribuzione del grasso su addome, fegato e muscoli del cuore. Sono state prese in esame 21 persone obese, che hanno seguito una dieta di 600-800 calorie al giorno per due mesi, la risonanza è stata eseguita all’inizio e dopo una e otto settimane. Dopo una settimana il grasso corporeo totale, viscerale e del fegato sono scesi in maniera significativa, contemporaneamente è stato registrato un miglioramento dell’insulino-resistenza, calo del colesterolo totale, dei trigliceridi, del glucosio e della pressione. Tuttavia, dopo una settimana il grasso del miocardio è aumentato del 44% con un deterioramento delle funzioni del muscolo cardiaco e nella capacità di pompare sangue. Dopo otto settimane la situazione è risultata migliore rispetto al periodo precedente la dieta. Ma, scrivono i ricercatori, è necessario un successivo studio per capire l’effetto della dieta intensiva su persone con problemi di cuore poiché potrebbe provocare insufficienza cardiaca, problemi respiratori e aritmie. Quindi, prima di imbarcarsi in un digiuno del genere bisogna consultare un medico per capire se ci sono le condizioni.

 

 

Dieta vegetariana nei bambini: rischi e consigli

 

Nel corso degli ultimi anni sempre più persone hanno scelto di adottare un regime alimentare di tipo vegetariano: secondo il Rapporto Italia dell’Eurispes relativo al 2016 circa l’8% della popolazione segue una dieta vegetariana, in particolare, il 4,6% degli italiani segue una dieta LOV (latto-ovo-vegetariana) e il 3% quella vegana. La scelta vegetariana può nascere dal profondo rispetto per gli animali, per la tutela ambientale o per motivi religiosi, è una decisione personale e per questo degna di rispetto. In molti casi, però, le scelte alimentari vegetariane dipendono dalla convinzione che le proteine vegetali siano uguali a quelle animali, da leggende metropolitane – “i vegani vivono più a lungo!” – oppure da mode passeggere – “Faccio come la Jolie o la Portman che hanno adottato uno stile alimentare vegano e più sano” , che nulla hanno a che fare con la realtà scientifica, quindi potenzialmente dannose per l’organismo. Molti vegetariani sono giovani adulti che vogliono che i propri figli condividano con loro convinzioni sulla dieta da adottare o trasferire loro l’etica che praticano. Indipendentemente da ciò, il genitore ha il dovere di fare scelte alimentari che consentano la corretta crescita fisiologica dei bambini. Bisogna quindi considerare che le diete vegetariane molto restrittive, improvvisate e non bilanciate in macro e micronutrienti rispetto ai fabbisogni quotidiani, espongono i bambini ad un maggior rischio di carenze nutrizionali importanti poiché, per il loro corretto sviluppo, necessitano di differenti esigenze alimentari rispetto agli adulti. Diventa quindi fondamentale conoscere gli effetti della dieta vegetariana nei bambini, in particolare per riconoscere i possibili deficit e per sapere come evitarli o monitorarli.

Dieta vegetariana e sue varianti

Prima di capire se l’alimentazione vegetariana sia adatta per la corretta crescita dei bambini, è bene procedere per gradi e fare un po’ di chiarezza sull’argomento. Cosa s’intende esattamente per vegetarianismo? Si tratta di un particolare regime alimentare basato sull’esclusione parziale o totale degli alimenti di origine animale. Il vegetarianismo è una grande categoria dove, al suo interno, troviamo altre differenti sottocategorie:

  • Dieta latto-ovo-vegetariana: prevede l’esclusione di tutti gli alimenti che derivano dall’uccisione diretta di animali terresti ed anche marini (carne, pesce, molluschi, crostacei), ma ammette gli alimenti derivati da prodotti animali, come uova, latte, (latticini, yogurt, panna, ricotta, burro), prodotti caseari (formaggi freschi e stagionati come il Grana Padano DOP), miele e prodotti alveari (pappa reale, propoli, polline).
  • Dieta latto-vegetariana: uguale alla dieta latto-ovo-vegetariana, ma esclude anche le uova.
  • Dieta pesco-vegetariana: si definiscono pescetariani o pesco-vegetariani tutti coloro che rispettano i principi della dieta LOV escludendo, tuttavia, gli alimenti di origine animale terrestre (carne, latte, latticini, uova), ma accettando invece quelli marini come pesce e frutti di mare.
  • Dieta vegana: esclude qualsiasi alimento di origine animale derivato sia dall’uccisione diretta dell’animale che dal suo sfruttamento, come carne, pesce, molluschi, crostacei, latte e derivati, uova, miele ecc. e ammette esclusivamente alimenti di origine vegetale.

Effetti della dieta vegetariana sui bambini

Le principali carenze nutrizionali a cui possono andare incontro i bambini che seguono un’alimentazione vegetariana eccessivamente limitativa, improvvisata o non equilibrata interessano sali minerali indispensabili quali calcio, ferro e zinco, vitamine essenziali come quelle del gruppo B (specialmente la B12), tutte sostanze dal contenuto scarso o poco disponibile nelle forme vegetali. Vediamo quali sono i nutrienti indispensabili per garantire il corretto accrescimento dei bambini:

  • Proteine: durante l’età evolutiva i fabbisogni energetici e proteici sono condizionati dalla crescita dell’organismo e dalle necessità legate al mantenimento di una massa corporea in progressivo aumento. Le proteine di origine animale sono caratterizzate da una percentuale più alta di aminoacidi essenziali – chiamati così perché l’organismo umano non riesce a sintetizzarli in quantità sufficiente per far fronte ai propri bisogni – rispetto a quella degli alimenti di origine vegetale. Nelle diete vegetariane la qualità proteica è influenzata dalla presenza o dall’assenza dei derivati animali come latte, formaggi e uova, che contengono i 9 aminoacidi essenziali (treonina, lisina, metionina, fenilanina, triptofano, isoleucina, leucina, valina e istidina) in quantità tale da soddisfare il fabbisogno quotidiano del bambino. Assumere la quantità raccomandata per un bambino di aminoacidi essenziali con il solo consumo di alimenti di origine vegetale non è teoricamente impossibile perché queste molecole sono presenti anche nei vegetali, ma in quantità molto ridotte, il che comporterebbe mangiare una quantità di alimenti assolutamente sproporzionata per l’alimentazione di chiunque, bambini o adulti. Nel mondo vegetale gli alimenti che contengono più proteine (quelli più conosciuti) sono i legumi: 100g di fagioli borlotti cotti apportano 5,7g di proteine di cui 2,42g di aminoacidi essenziali, mentre in 100g di petto di pollo cotto alla piastra vi sono 30,2g di proteine di cui 10,90g di aminoacidi essenziali. Quindi per assumere la quantità di aminoacidi essenziali contenuti in 100g di pollo occorre mangiare circa 450g di fagioli che apportano 310 kcal contro le 129 kcal del pollo, oltre alla difficoltà oggettiva che un bambino avrebbe nel mangiare quantità così elevate di cibo. Quando le proteine dei legumi sono associate a quelle dei cereali (come la pasta e fagioli) la catena di aminoacidi che si forma è simile a quella delle proteine animali, non uguale, ma le quantità di aminoacidi essenziali sono inferiori, quindi anche in questo caso difficilmente si riuscirà a coprire il fabbisogno con i soli alimenti vegetali.
  • Calcio: un adeguato introito di questo minerale è indispensabile per le tante funzioni dell’organismo, da quella cardiaca, alla funzione muscolare, al sistema nervoso, ma soprattutto per ottenere una corretta e fisiologica crescita dalla massa ossea in lunghezza e spessore. Nelle diete LOV l’apporto di calcio è facilmente raggiungibile come nelle diete onnivore, invece in quelle vegane lo è molto meno a causa della minore quantità e biodisponibilità del minerale presente nei vegetali. La differenza di quantità è notevole, per esempio in soli 10 g di Grana Padano DOP (un cucchiaio da cucina grattugiato) troviamo 116 mg di calcio altamente biodisponibile per 39 kcal: per trovare la stessa quantità di calcio nel Tofu occorre mangiarne 120g ed anche molto di più se si tiene conto della scarsa biodisponibilità del calcio presente nella soia e assumere 94 Kcal. Considerato che mediamente un bambino necessita di circa 1.000 mg di calcio al giorno, la quantità di alimenti di origine vegetale necessaria è molto elevata. Il calcio si può assumere anche dall’acqua, infatti nelle diete strettamente vegetariane senza latte e derivati è consigliabile bere acqua ricca di calcio, tenendo però a mente che le più ricche possono apportare circa 400 mg di calcio per litro. Esistono alimenti vegetali ricchi di calcio come il Thain (burro di semi di sesamo) che apporta fino a 400 mg di minerale per 100g di prodotto ma, insieme al calcio, si assumono anche 550 kcal. Anche i semi di chia ne contengono parecchio, circa 600/100g, come i semi di lino e girasole, un bambino li può mangiare aggiunti ai cereali o al muesli ma sempre in quantità limitate che molto difficilmente raggiungono i 100g di prodotto.
  • Vitamina D: questo micronutriente è essenziale per il corretto assorbimento intestinale del calcio rendendolo disponibile per l’ossificazione, ma non solo. La  vitamina D dall’azione simil-ormonale, svolge anche importanti funzioni a livello cardiologico, immunitario, neurologico ecc. La sua carenza nell’alimentazione del bambino potrebbe provocare anche fenomeni di rachitismo. Questa vitamina è presente in quantità limitate negli alimenti: quelli che ne contengono di più sono latte e latticini, ma fortunatamente la si può sintetizzare attraverso la pelle esponendosi al sole. Nei mesi invernali, o per chi vive a latitudini dove è scarsa la luce solare, è spesso necessaria una supplementazione mediante cibi arricchiti o integratori, previa supervisione del medico pediatra.
  • Ferro: anche questo minerale è indispensabile per la salute dell’organismo, infatti la sua carenza può portare all’anemia sideropenica. La carne è l’alimento che ha la maggiore quantità di ferro biodisponibile, ma ve ne sono discrete quantità nei legumi, nelle verdure a foglia verde, nella frutta secca a guscio e nei cereaili integrali, tuttavia in una forma scarsamente biodisponibile o comunque limitatamente assorbibile e utilizzabile dall’organismo. L’assunzione di vitamina C in concomitanza con il consumo di alimenti contenenti ferro aumenta la capacità di assorbire più quantità di questo minerale, pertanto si consiglia di condire le verdure con il limone, oppure di bere una spremuta d’arancia o acqua e limone durante i pasti. Nelle diete senza carne la quantità raccomandata di ferro è difficilmente raggiungibile, ed è bene tenere a mente che le quantità raccomandate di minerale nei vegetariani sono comunque 1.8 volte superiori a quelle dei non vegetariani e quindi è opportuno rivolgersi al medico pediatra per una supplementazione nella dieta del bambino.
  • Vitamina B12: si tratta di una vitamina assolutamente indispensabile per la salute e il fisiologico sviluppo dell’organismo dei bambini, poiché interviene nella formazione dei globuli rossi, nei neurotrasmettitori e favorisce lo sviluppo cognitivo: un suo deficit è risentito subito a livello delle cellule ed è anche legato alla comparsa di problematiche neurologiche. Per un adulto è diverso, poiché se non mangia alimenti di origine animale avrà problemi legati alla carenza di questa vitamina, ma non avrà ripercussioni sulle sue capacità intellettive come invece potrebbe avvenire nel caso dei bambini. La vitamina B12 non è contenuta negli alimenti vegetali e l’unica fonte reperibile è offerta dai cibi di origine animale: ottime quantità di questa vitamina sono contenute nel Grana Padano DOP, insieme a quantità significative di vitamine del gruppo B, oltre a minerali essenziali come fosforo, zinco, rame, selenio, magnesio. Un’integrazione di vitamina B12 è fortemente consigliata per i bambini che seguono un’alimentazione vegetariana (da 0.7 mcg/die a 2.4 mcg/die dall’infanzia fino all’adolescenza), pertanto è opportuno rivolgersi al proprio medico pediatra.

Vegetarianismo e svezzamento

Per quanto riguarda lo svezzamento, la Società Scientifica Europea di Nutrizione Pediatrica sconsiglia l’adozione di un’alimentazione vegetariana o vegana per il neonato. Questo perché, anche se la dieta fosse dettata da medici pediatri esperti in questo tipo di alimentazione, le difficoltà di applicarla sono molte, in particolare per la reperibilità di alcuni alimenti e per la loro salubrità. Infatti alcuni alimenti sono coltivati in paesi dove non sono in vigore le stesse leggi applicate all’agricoltura europea, e soprattutto i controlli sanitari sono spesso molto carenti. Oltre a ciò, le difficoltà oggettive che si hanno a far accettare i nuovi sapori al bambino mettono il genitore nelle condizioni di non poter osservare le indicazioni fornite da una corretta consulenza medica e dietetica. Di conseguenza, i rischi per la mancata osservanza dei suggerimenti possono essere molto gravi e compromettere l’accrescimento fisiologico del bambino provocando danni anche irreversibili e perfino la morte. Se i genitori scelgono comunque di svezzare il neonato con una dieta vegana in particolare, questo dovrebbe essere fatto sotto il regolare controllo medico con frequenti analisi che possano determinare un’eventuale malnutrizione.

Consigli per far crescere il tuo bimbo forte e in salute

  1. Adottare preferibilmente la dieta mediterranea poiché prevede prevalentemente alimenti di origine vegetale e un consumo moderato ed equilibrato di alimenti di origine animale: carne, pesce e formaggi. È in assoluto l’alimentazione più sana per adulti e bambini e, se la si segue correttamente con la frequenza settimanale di alimenti adeguata, non richiede il supplemento d’integratori alimentari o il ricorso a alimenti fortificati.
  2. Mangiare ogni giorno 3 porzioni di verdura e 2-3 di frutta (possibilmente di stagione) per garantire il corretto apporto di vitamine, minerali, fibre e quindi il benessere dell’organismo. Organizzate ogni pasto secondo la giusta quantità di carboidrati come pasta, riso o patate, proteine e anche grassi.

Limitare il consumo di succhi di frutta e bevande zuccherate in genere, così come snack e merendine ipercaloriche. Se il bambino ha sete offritegli dell’acqua fresca, se desidera un succo proponetegli invece un frutto di stagione o una spremuta oppure un estratto di frutta fresca, se ha voglia di un dolcetto meglio se è preparato in casa con ingredienti salutari e genuini. Per la merenda potete proporre al bambino il solito pane burro e marmellata, oppure snack più ricchi di nutrienti come questa facile ricetta che fornisce anche i valori nutrizionali, un cremoso frullato o questa gustosa merenda ricca di calcio, proteine essenziali e vitamina B12.

Esercizio fisico:

ottimo, anche per la memoria

 

Oltre ad apportare benefici diversi alla maggior parte degli apparati che compongono il corpo umano, dal sistema cardiovascolare a quello muscolo-scheletrico, l’esercizio fisico fa bene anche alla memoria. Sei settimane di intensa attività fisica – brevi sessioni nell’arco di 20 minuti – portano miglioramenti significativi nella cosiddetta ‘memoria ad alta interferenza’, quella che, ad esempio, ci consente di distinguere la nostra auto da un’altra della stessa marca e modello. Non solo: chi è più in forma fisicamente riporta un aumento del fattore neurotrofico cerebrale, una proteina che supporta la crescita, la funzionalità e la sopravvivenza delle cellule cerebrali. E’ quanto emerge da una ricerca della McMaster University, in Canada, pubblicata sul Journal of Cognitive Neuroscience.

Lo studio

Gli studiosi hanno preso in esame 95 adulti sani, che per sei settimane hanno svolto allenamento fisico, in alcuni casi combinato con un training cerebrale, oppure sono rimasti sedentari. Sia nel caso di coloro che hanno svolto esercizio che in quello in cui all’attività fisica è stato combinato al training cerebrale risultavano migliorate le prestazioni di memoria ad alta interferenza, a differenza di quanto accadeva nel gruppo di controllo. Ora gli studiosi stanno analizzando gli anziani: come spiega l’autrice della ricerca Jennifer Heisz, infatti, “un’ipotesi è che si osserveranno maggiori benefici su di loro, dato che questo tipo di memoria diminuisce con l’età”.

 

 

In aumento i celiaci:

+15.569 le nuove diagnosi

 

Cresce l’ ‘esercito’ degli italiani affetti dalla celiachia: nel 2016 sono infatti circa 16.000 in più rispetto all’anno precedente. Ma a preoccupare è anche l’enorme ‘sommerso’ della malattia, tanto che si stima che siano 408.000 i celiaci non ancora diagnosticati nel nostro Paese. E’ il quadro che emerge dalla Relazione 2016 del Ministero della Salute al Parlamento sulla celiachia, mentre restano ancora tante le sfide per il 2018 per garantire uguali diritti a questi pazienti su tutto il territorio nazionale.

Che il trend di questa patologia sia in crescita, lo dimostrano i numeri: nel 2016 il numero totale delle nuove diagnosi è stato di 15.569, oltre 5.000 diagnosi in più rispetto all’anno precedente, e risultano diagnosticati in Italia 198.427 celiaci (di cui 2/3 sono donne). Molti, però, sono gli italiani che non sanno di essere malati: si stima che siano 407.467. Le Regioni in cui si sono registrate maggiori nuove diagnosi sono la Lombardia con +5.499 diagnosi, seguita da Lazio con +1.548 diagnosi ed Emilia Romagna con +1.217. Ad un anno dall’entrata in vigore del nuovo protocollo diagnostico, sottolinea il ministero, “emerge un incremento delle diagnosi più spinto, forse favorito dalla maggiore sensibilizzazione dei cittadini ma anche dai nuovi indirizzi scientifici”.

La celiachia è una condizione infiammatoria permanente in cui il soggetto deve escludere rigorosamente il glutine dalla dieta. Ormai classificata come malattia cronica, si sviluppa in soggetti geneticamente predisposti e colpisce circa l’1% della popolazione. Ad oggi la Regione abitata da più celiaci risulta la Lombardia, con 37.907 persone affette. Tanti, ad oggi, i passi avanti compiuti, come sottolinea nella Relazione il ministro della Salute Beatrice Lorenzin: ad esempio, per “favorire una corretta alimentazione anche fuori casa – afferma – le Regioni, anche quest’anno, hanno ricevuto un supporto economico per attività formative destinate agli operatori del settore alimentare e per la somministrazione di pasti senza glutine nelle mense delle scuole, strutture sanitarie o annesse alle pubbliche amministrazioni”.

Sul fronte dell’assistenza, inoltre, è confermato per i celiaci il diritto all’erogazione gratuita dei prodotti senza glutine specificatamente formulati, con un tetto di spesa mensile per età. Nel 2015, il Servizio sanitario ha speso circa 270 milioni di euro per garantire gli alimenti senza glutine. Al momento, spiega il direttore generale dell’Associazione italiana celiachia, Caterina Pilo, “i tetti sono in revisione e all’esame della conferenza Stato-regioni. Si va nella direzione di una loro riduzione perchè ci sarà un adeguamento ai nuovi prezzi dei prodotti alimentari per celiaci, che sono calati. Ci aspettiamo – commenta – che sia un adeguamento contenuto”.

Tante, tuttavia, restano le sfide aperte per il 2018, indicate nello stesso documento: “Dare piena attuazione al Protocollo diagnostico individuando sul territorio i presidi per la diagnosi, dando così le stesse opportunità ai cittadini; consentire l’acquisto di prodotti senza glutine erogabili non solo nelle farmacie ma anche nella Grande distribuzione; permettere ai celiaci l’acquisto dei prodotti in esenzione anche al di fuori della propria regione”. Il problema, conclude il presidente Aic Giuseppe di Fabio, è che “ancora oggi, si ha più possibilità di ricevere una diagnosi di celiachia a seconda di dove si vive, mentre i pazienti sono uguali ovunque e meritano pari assistenza”.

 

 

Insetti a tavola, ottima la digeribilità

 

Mangiare cavallette, grilli o scarafaggi: qualcosa che fa storcere il naso a molti, non invoglia, soprattutto negli Usa, in Canada e in Europa, nonostante due miliardi di persone li consumino. In Italia il Ministero della Salute con una circolare ha chiarito che nessun insetto è stato per il momento autorizzato a scopo alimentare, ma da uno studio guidato dalla Rutgers University emerge che il fattore ‘disgusto’ nulla a che fare con la nutrizione, la digestione o l’evoluzione.

Infatti, gli insetti, la scelta di cibo per i nostri primi antenati primati, potrebbero ancora essere mangiati e digeriti da quasi tutti i primati di oggi, inclusi gli umani. La ricerca, pubblicata su Molecular Biology and Evolution, ribalta la credenza diffusa per molto tempo secondo la quale i mammiferi non producevano un enzima che potesse ‘scomporre’ gli esoscheletri degli insetti (che hanno la funzione di rivestimento e scheletro). “Per questo gli insetti erano considerati molto difficili da digerire” evidenzia Mareike Janiak, autrice principale dello studio.

“Sappiamo da ricerche su pipistrelli e topi, e ora dalla mia sui primati, che questo non è vero.”aggiunge. Esaminando i genomi di 34 primati, alla ricerca di copie di un gene chiamato CHIA, l’enzima dello stomaco che scompone la chitina, che fa parte del rivestimento esterno di un insetto, gli studiosi hanno scoperto che quasi tutti i primati viventi hanno ancora versioni funzionanti del gene necessario per produrre questo enzima. Mentre la maggior parte dei primati viventi ha una sola copia del gene, quelli primitivi ne avevano almeno tre. Se anche gli umani non avessero l’enzima necessario secondo la studiosa “l’esoscheletro diventa molto più facile da masticare e digerire una volta che l’insetto è stato cotto.” Oltre a questo, gli insetti ‘impattano’ meno sull’ambiente rispetto alla carne. 

 

 

Latte di soia o latte vegetale? Il primo più equilibrato

 

Latte vegetale o latte di soia? Questo è il problema. Quale potrebbe essere l’alternativa migliore al latte animale? Per capire quale tra latte vegetale e latte di soia sia più equilibrato, un gruppo di ricercatori dell’Università canadese McGill ha analizzato il latte di mandorla e quelli di soia, riso e cocco. Dallo studio, pubblicato sul Journal of Food Science Technology, sembra aver vinto il latte di soia.

Ma andiamo con ordine. Gli studiosi canadesi hanno confrontato le “versioni” non zuccherate dei diversi tipi di latte su una porzione da 240 ml.

Il latte di soia si è rivelato essere quello dal profilo nutrizionale più equilibrato con notevoli proprietà anti-cancerogene fornite dagli isoflavoni. Tra i contro, però, il retrogusto di fagiolo e la presenza di sostanze che riducono l’assunzione di nutrienti e la digestione.

Il latte di riso ha un sapore dolce e pochi elementi nutritivi, può essere un’alternativa per i pazienti con problemi di allergia causati dai semi di soia o dalle mandorle. Di contro è ad elevato contenuto di carboidrati e un suo alto consumo può portare a malnutrizione.

Il latte di cocco, invece (ampiamente consumato in Asia e Sud America) non ha proteine e contiene poche calorie (la maggior parte di grassi). Può aiutare a ridurre i livelli del colesterolo cattivo, ma i suoi valori nutrizionali vengono ridotti se il prodotto viene conservato per più di due mesi.

Il latte di mandorla, invece, ha un alto contenuto di acidi grassi monoinsaturi che consentono di ridurre e gestire il peso in eccesso.

 

 

L’intervento dietetico nel trattamento

delle MICI punta al microbiota

 

Le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI) sono patologie per le quali ancora non è nota un’unica causa certa. Si instaura un’importante squilibrio immunologico a causa di un’alterata interazione tra fattori genetici propri dell’individuo e vari fattori ambientali, tra i quali assume un ruolo fondamentale proprio l’alimentazione. Anche il microbiota sembra essere indispensabile per mantenere l’equilibrio dei processi immunomodulatori e anti-infiammatori, tipici delle malattie autoimmuni. In generale, più studi considerano patogenetica la dieta occidentale ad alto contenuto di grassi e carboidrati, fattori che, determinando dei cambiamenti significativi nella struttura del microbiota intestinale (disbiosi), contribuiscono a scatenare e a perpetrare le condizioni che portano alla patologia autoimmune. Il microbiota rappresenta, quindi, un obiettivo importante per un potenziale intervento dietetico. Tuttavia, lo scopo principale del trattamento alimentare per tali patologie risulta essere il raggiungimento di un apporto nutrizionale adeguato ai fabbisogni del paziente stesso. La prevalenza della malnutrizione associata alle MICI (23-85%) (più frequente nel MDC dell’ileo) è conseguenza di inadeguata alimentazione (dolori, nausea, inappetenza), di malassorbimento (estensione della malattia, chirurgia, deficit sali biliari), di aumentate perdite intestinali (diarrea, sanguinamento, fistole). Per l’elaborazione di un programma terapeutico dietetico bisogna, soprattutto, valutare lo stato di malattia del paziente. La maggior parte dei soggetti in fase di quiescenza presenta un metabolismo basale e un dispendio energetico quotidiano totale sovrapponibile a quello di soggetti sani. Le necessità metaboliche aumentano in presenza di complicanze (febbre, fistole o lesioni alla mucosa): fino al 50% in più del fabbisogno energetico quotidiano. Anche il fabbisogno proteico risulta aumentato: l’infiammazione porta a un danno proteico e un bilancio di azoto negativo. Si hanno, inoltre, consistenti perdite di Na, Cl, Ca, Mg e di ferro emoglobinico. Deficit nutrizionali si osservano in caso di disfunzione dell’ileo terminale (malato o resecato), che determina un malassorbimento di vit. B12 e sali biliari, con il conseguente deficit di assorbimento di grassi e vitamine A, D, E, K. La perdita dei grassi e vit. D porta al malassorbimento di Ca. In fase acuta di malattia sarà necessario ridurre il volume dei pasti, aumentare l’apporto idrico, garantire il giusto apporto di proteine e carboidrati, mantenere l’apporto di fibra solubile e abolire quella insolubile, abolire l’apporto di latte e derivati. Eventuale integrazione di vitamine e sali minerali. Nelle fasi severe di malattia (stenosi organiche, fistole, resezioni multiple), invece, è consigliabile tenere a riposo l’intestino ricorrendo alla nutrizione parenterale e appena le condizioni dell’intestino lo permettono a quella enterale. In assenza di sintomi, infine, la base dell’alimentazione deve essere quella rappresentata dal modello Mediterraneo.

 

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3) Shi et al. Interaction between the gut microbiome and mucosal immune system. Military Medical Research 2017; 4:14

4) Lee D, Albenberg L, Compher C, Baldassano R, Piccoli D, Lewis JD, and Wu GD.  Diet in the Pathogenesis and Treatment of Inflammatory Bowel Diseases. Gastroenterology 2015; 148(6): 1087-1106.

5) Kushner R.F, Schoeller D.A. Resting and total energy expenditure in patients with inflammatory bowel disease. Am J Clin Nutr 1991;53:161-165.

 

 

Gastroenterologia.

Arriva la “clinica dei microbi” per aiutare le persone a stare meglio

Se un tempo si diceva “siamo quello che mangiamo”, oggi, stando alle ultime ricerche scientifiche sarebbe meglio dire “siamo quel che mangiano i nostri batteri”. La correzione al vecchio detto arriva da Antonio Craxì, presidente della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva, Sige.

“Il microbiota intestinale – ha spiegato Craxì – un complesso di un enorme numero di specie microbiche che abitano il nostro intestino, è  una rete incredibilmente complessa di microbi che, interagendo, giocano un ruolo cruciale non solo nella digestione, ma anche in tutte le funzioni dell’organismo e nella difesa immunitaria”.

“Questa rete – ha continuato il presidente Sige – influenza le funzioni endocrine e ha effetti persino sul sistema nervoso centrale. Un numero sempre più consistente di studi non lascia dubbi in merito al fatto che una composizione diversificata ed equilibrata del microbiota è fondamentale per il nostro benessere”.

Sono tante le patologie che in un prossimo futuro verranno trattate anche attraverso la modulazione del microbiota: dalla retto-colite ulcerosa, alle malattie auto infiammatorie, come l’artrite reumatoide.  “Ma enorme è l’interesse anche in campo oncologico”, ha sottolineato Antonio Gasbarrini, direttore area Gastroenterologia della Fondazione Policlinico A. Gemelli e presidente della sezione Lazio della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva (Sige).

“La microbiome devolution – ha aggiunto Gasbarrini – ha cambiato tutte le nostre conoscenze circa il funzionamento degli organi che sono a contatto con l’esterno (apparato digerente e organi che in esso secernono, cioè pancreas e fegato, polmone, apparato genito-urinario) e le cui superfici sono colonizzate da comunità microbiche (il cosiddetto microbiota) fin dall’infanzia”.

“Il microbiota – ha detto ancora il direttore area Gastroenterologia della Fondazione Policlinico A. Gemelli – ha due grandi effetti: sul metabolismo – direttamente o attraverso l’interazione con il nostro apparato endocrino – e sull’immunità, ci aiuta a difenderci dagli invasori e tiene continuamente attivo il sistema immunitario”.

“Questo ha delle ricadute importanti in una miscellanea di malattie, come le patologie infiammatorie dell’apparato digerente e non solo – vedi artrite reumatoide e sclerosi multipla – influenza la patogenesi della progressione di molte malattie dell’apparato digerente, come la colangite sclerosante, la pancreatite cronica o la malattia diverticolare. Ha un ruolo molto importante anche nell’obesità e della sindrome metabolica. In più sta emergendo un importante ruolo del microbiota nella progressione delle malattie oncologiche e nella buona risposta ai nuovi immunoterapici (come ipilimumab e nivolumab). Molti infine gli studi nei quali il microbioma sta emergendo come un importante cofattore anche in patologie neurodegenerative, quali l’Alzheimer e il Parkinson, ma anche nell’autismo e in alcune patologie psichiatriche”.

“Tutte queste conoscenze sono ormai uscite dal campo della medicina specialistica, arrivando alla medicina generale e all’utente finale. Se cerchiamo su Google la parola ‘microbiota’ si scoprono tantissimi contributi scritti da addetti ai lavori ma anche da non specialisti di questo settore. Questo perché il microbiota si può modulare con interventi anche relativamente semplici, quali dieta, integratori, antibiotici, ecc.

L’identikit del microbiota

“È sicuramente un importante capitolo della medicina di precisione. Oggi è possibile chiedere la caratterizzazione metagenomica del microbiota (almeno di quello fecale), che rappresenta la sua carta d’identità. Questa – ha detto il direttore area Gastroenterologia della Fondazione Policlinico A. Gemelli – viene effettuata spesso da spin-off create proprio per la caratterizzazione del microbiota, attraverso tecniche di next generation sequencing”.

“I referti – ha continuato ancora il professore Gasbarrini – sono molti complessi e descrivono la composizione del microbiota in termini di filae, di famiglie, di specie. Il problema è che, una volta acquisito il profilo metagenomico del microbiota, cosa possiamo farci? Siamo in grado di interpretarlo e di modularlo? E se si come? Siamo cioè in grado di capire se per quella patologia specifica quel profilo debba essere modificato o meno? È proprio questo – ha detto il direttore area Gastroenterologia della Fondazione Policlinico A. Gemelli, rispondendo ai suoi stessi quesiti – lo spazio nel quale si inserisce una ‘microbiome clinic’”.

Che cos’è la microbiome clinic

“È un ambulatorio – ha precisato Gasbarrini – che dovrebbe essere gestito da clinici dell’apparato digerente (se parliamo di patologie dell’apparato digerente), che conoscano molto bene la patogenesi di queste malattie e siano aggiornati sugli studi scientifici che sono sempre più numerosi sull’argomento. Importante la presenza di un microbiologo clinico e di un infettivologo, che insieme al gastroenterologo valutino la necessità e la tipologia di intervento da effettuare. Fondamentale in questo team anche il nutrizionista, perché variando l’apporto dei grassi, delle proteine, delle fibre con la dieta, è possibile modulare la composizione del microbiota”.
Quali malattie si possono trattare andando a modificare la composizione del microbiota?

“Ad oggi – ha risposto il direttore area Gastroenterologia del Gemelli – vi è solo un intervento di validità riconosciuta in clinica, il trapianto di microbiota per il trattamento della colite da Clostridium difficile antibiotico-resistente, che può essere ripetuto anche più volte, sulla base della gravità della malattia. Per il futuro prossimo, si stanno accumulando dati molto interessanti sulla colite ulcerosa, per la quale sono già in corso studi randomizzati controllati che dimostrano che, se si identifica la biomassa ottimale (la cosiddetta magic poop, o il magic poop donor, il donatore della biomassa ottimale) si riesce a mandare in remissione questa patologia”.

“E dunque – ha aggiunto Gasbarrini – altro compito della microbiome clinic sarà quello di identificare i donatori da utilizzare per le varie patologie. A grandi linee avremo in futuro il mondo del trapianto del microbiota per malattie infettive antibiotico-resistenti (per la quale la biomassa è poco rilevante); ma per altre avremo un trapianto di microbiota ‘personalizzato’, nel quale verrà scelto il profilo del donatore e il ricevente ottimale. In Italia il trapianto di microbiota (un tempo impropriamente chiamato ‘trapianto fecale’) è considerato un trapianto di tessuto ed è regolato dalla legge 190. Non è ancora nei Lea ma è in avanzata fase di valutazione e il centro nazionale trapianti lo ha inserito all’interno del mondo dei trapianti di tessuti”.

“Il microbiota può essere modulato anche con l’alimentazione e con l’assunzione di probiotici (che hanno anche evidenze di efficacia di grado A nella diarrea da antibiotici, in quella infettiva non batterica, nella pouchite del paziente con colite ulcerosa, ecc.). Di fatto però ad oggi noi utilizziamo ancora uno stesso probiotico per una serie di patologie e su persone diverse. In un futuro non lontano, quando disporremo dei profili metagenomici del microbiota delle varie persone – ha sottolineato il direttore area Gastroenterologia del Gemelli – saremo anche in grado di consigliare un cocktail di probiotici ‘su misura’. Già oggi, nel paziente con intestino irritabile e stipsi, che sappiamo completamente privo di Bifidobatteri, è giustificato utilizzare un probiotico tutto a base di Bifidobatteri per migliorare il quadro clinico di questi pazienti”.

I prossimi passi e il futuro più remoto

“È importante intercettare i progressi della ricerca in questo campo, per farli gestire da persone competenti, come quelli di una microbiome clinic, e non lasciarlo in balia di soggetti mossi solo da motivazioni di marketing. La tentazione per un paziente affetto da Parkinson di affidarsi a chi promette di curare la sua patologia con diete, probiotici o degli integratori può essere molto grande. Nel prossimo futuro – ha detto Gasbarrini – disporremo dei profili metagenomici di tutte le malattie autoimmuni, come l’artrite reumatoide e la sclerosi multipla; avremo poi i profili dei pazienti oncologici che devono fare immunoterapie (come ipilimumab e nivolumab; nei modelli animali la carenza di Akkermansia muciniphila caratterizza i non responder all’immunoterapia, mentre la somministrazione di questi batteri fa recuperare la risposta a questi immunoterapici). Nel futuro dunque vedremo tante applicazioni della microbiome clinic nel mondo del metabolismo, dell’obesità, del diabete di tipo 2, delle malattie auto-infiammatorie digestive ed extra-digestive, nel mondo dell’oncologia in generale”.

No al fai da te

“Il counselling dello specialista è fondamentale. Come nel campo della genetica, dove ci sono persone che ti fanno il profilo dei geni per poi lanciarsi in interpretazioni fantasiose su malattie che possono venire, creando ansie pericolose nei pazienti patofobici. Anche nel caso del microbioma potrebbe succedere presto qualcosa del genere, del tipo ‘dimmi che microbi hai e ti dirò cosa fare’. E’ chiaro – ha affermato il professore – che questo potrà essere appannaggio solo di persone esperte sia in una data malattia, che nell’analisi di quel profilo; che sia genomico o che sia metagenomico, non cambia più di tanto”.

“E’ importante che i medici si aggiornino per non lasciare spazio ai ciarlatani del web, che possono inserirsi in dinamiche pericolosissime per i consumatori finali; si sono già sentite storie del tipo che lo zafferano e la curcuma possono modulare certi tipi di batteri e quindi vanno presi da tutti, tutti i giorni. E’ un pericolosissimo buco di comunicazione e le microbiome clinic potrebbero aiutare l’utente finale a muoversi in maniera corretta e a dire con grande onestà, quando non ci sono ancora delle risposte, ‘non sappiamo ancora cosa fare, meglio attendere’”.

Dove si trovano le microbiome clinic

“Idealmente – ha spiegato Gasbarrini – dovrebbero nascere dentro le divisioni di gastroenterologia, medicina interna, malattie infettive. Ad oggi l’unica aperta in Italia è al Gemelli, ma ormai sono tanti gli esperti di microbioma e quindi non sarebbe difficile creare questi team composti da gastroenterologo, microbiologo, infettivologo e nutrizionista. Non è più pensabile che in un centro IBD (malattie infiammatorie intestinali) non ci sia un esperto di microbioma. Tutti i centri che si occupano abitualmente di trapianto di microbiota – ha concluso il direttore area Gastroenterologia della Fondazione Policlinico A. Gemelli – potrebbero avere una ‘microbiome clinic’ strutturata”.

 

 

Microbiota e microbioma: quali sono le differenze?

 

Microbiota e microbioma sono due termini spesso usati come sinonimi. Ma non lo sono. Nella maggior parte dei casi questo utilizzo “intercambiabile” non compromette la comprensione del testo, tuttavia è importante riflettere sulla profonda differenza di significato tra le due parole.

Microbiota si riferisce a una popolazione di microrganismi che colonizza un determinato luogo. Il termine microbioma invece indica la totalità del patrimonio genetico posseduto dal microbiota, cioè i geni che quest’ultimo è in grado di esprimere.

“Nemici” di microbiota e microbioma sono gli antibiotici. Questi infatti, se da un lato impediscono il proliferare dei patogeni e lo sviluppo di malattie infettive, dall’altro compromettono la normale popolazione batterica che risiede soprattutto nell’intestino, la quale svolge un ruolo fondamentale nel mantenimento dello stato di salute dell’organismo ospitante.

Il grande interesse attorno a questi temi si deve al recente sviluppo dell’analisi metagenomica. Negli ultimi vent’anni questa tecnica ha fortemente contribuito all’aumento delle ricerche su microbiota e microbioma e ha permesso di scoprire la fitta trama di interazioni tra batteri e organismi pluricellulari. Nel percorso di comprensione di questa complessità non siamo che agli inizi.

Il microbiota

Quando si parla di microbiota si fa riferimento alla totalità dei singoli microrganismi ⎼ batteri, funghi, archeobatteri e protozoi ⎼ e dei virus che vivono e colonizzano uno specifico ambiente in un determinato tempo. Metaforicamente si può dire che un microbiota è come uno scatto fotografico che immortala una popolazione di organismi microscopici residenti in uno spazio delimitato a un istante scelto arbitrariamente.

Di conseguenza, il microbiota di un essere umano è solo una delle infinite fotografie in cui è possibile suddividere la vita microscopica del pianeta.

Il microbiota umano è definito come «l’insieme dei microrganismi che in maniera fisiologica, o talvolta patologica, vivono in simbiosi con il corpo umano». Questa popolazione microbica è concentrata perlopiù nel tratto intestinale. Tutto il corpo però, tranne il cervello e il sistema circolatorio, secondo recenti stime ospita un totale di circa 38.000 miliardi di batteri. I phyla più abbondanti sono Firmicutes e Bacteroidetes.

L’influenza del microbiota nella regolazione dell’attività metabolica è oggi riconosciuta con sempre più evidenze a supporto. Allo stesso modo, è stato scoperto anche un impatto del microbiota sugli stati psicologici per via dell’influenza sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e sul sistema serotoninergico. Un’altra caratteristica del microbiota umano è il ruolo nello sviluppo del sistema immunitario durante la prima parte dell’infanzia e, di conseguenza, sullo stato di infiammazione del corpo.

Il microbiota viene più o meno significativamente e rapidamente alterato da fattori esterni come la dieta, il tipo di parto o il tipo di microrganismi presenti nell’ambiente quotidiano.

Da uno stato di equilibrio chiamato eubiosi si può quindi passare alla condizione contraria di disbiosi. È a quest’ultima che si deve l’aumentata incidenza di patologie metaboliche, cardiovascolari, infiammatorie, neurologiche, psichiche e oncologiche dette “malattie del progresso”.

Oggi appare chiara l’importanza del microbiota nel mantenimento dello stato di salute dell’uomo. I microrganismi commensali, infatti, non solo supportano le funzioni dell’organismo umano come il metabolismo e il sistema immunitario, ma agiscono anche contro la proliferazione dei patogeni.

Per spiegare il come il microbiota supporta l’organismo umano è opportuno introdurre il concetto di microbioma.

Il microbioma

Il termine microbioma indica la totalità del patrimonio genetico posseduto dal microbiota, cioè i geni che quest’ultimo è in grado di esprimere.

Se consideriamo il microbioma umano, tali geni codificano per alcune molecole che il corpo non riesce a produrre autonomamente. I numeri lasciano stupiti: il 99% della nostra componente genetica deriva dai batteri, come se fosse un secondo genoma. Questo ci permette di considerare il microbiota come un organo endocrino aggiuntivo che fornisce un ampio numero di composti fondamentali al funzionamento degli organi umani.

I geni del microbiota sono complementari ai geni dell’uomo e aiutano nel mantenimento dello stato di salute prevenendo o fungendo da terapia per molte patologie e supportando le funzioni umane quali la digestione, lo sviluppo del sistema immunitario e la sintesi di composti fondamentali.

Come già accennato, il microbiota umano può trovarsi in due stati: eubiosi e disbiosi. Nel primo caso si ha uno stato di equilibrio microbico in cui quel particolare microbioma produce metaboliti necessari al corpo umano e ha effetti positivi per salute umana. Nella condizione di disbiosi non solo viene meno la codifica genica delle molecole utili, ma vengono in parte metabolizzati composti dannosi da parte dei microrganismi patogeni, anch’essi parte del microbiota.

Per questi motivi i cambiamenti del microbiota e, conseguentemente, del microbioma impattano sull’omeostasi del corpo.

Se oggi possiamo studiare (sebbene solo per quanto riguarda la parte batterica) la composizione del microbiota lo dobbiamo alla metagenomica, la quale basa le proprie indagini sul microbioma.

In particolare, l’esame in grado di indagare la popolazione batterica è il sequenziamento genomico del 16S rRNA, un gene dell’RNA specifico di ogni batterio che serve a produrre i ribosomi, responsabili della sintesi proteica. Identificarlo significa risalire alla singola specie batterica.

Microbiota e microbioma non sono uguali

Molto spesso le parole microbiota e microbioma sono usate come se fossero sinonimi, eppure la differenza che passa tra i due termini è la stessa che esiste tra popolazione umana e genoma umano. È fondamentale tenere a mente che i due concetti sono nettamente diversi.

 

 

Nitriti e nitrati in salumi e conserve:

resta alto in Europa il livello di attenzione

I nitriti e nitrati, segnalati in etichetta con il numero E da E249 a E252, possono essere aggiunti alle carni e ai prodotti a base di carne per migliorare il colore rosso; i nitrati nei formaggi evitano fermentazioni che possono fare gonfiare la forma; in generale comunque il loro utilizzo è dovuto ad una funzione di prevenzione della proliferazione microbica e soprattutto di Clostridium botulinum. Sono di fatto dei conservanti. Va detto poi che nitrati sono naturalmente presenti nelle verdure, in particolare in quelle a foglia larga tipo spinaci, lattuga; ma anche in bietola da costa, ravanello, rafano, rabarbaro. Cime di rapa, indivia, finocchio, sedano, cavolo verza, zucchino, invece, ne contengono una media quantità. Sono infine contaminanti ambientali di terreni e acque, come residuo delle attività agricole e di allevamento intensivo. Una molteplicità di fonti di esposizione quindi che fa salire il rischio per la salute dei consumatori.

Una volta nell’organismo vengono assorbiti rapidamente ed escreti sotto forma di nitrati con le urine. I nitriti provenienti dagli alimenti (e i nitrati convertiti a nitriti dall’organismo), tuttavia, possono ossidare l’emoglobina, trasformandola in metaemoglobina, riducendo la capacità dei globuli rossi di legare e trasportare ossigeno; oppure possono dar luogo a nuovi composti, le nitrosammine, alcune delle quali sono cancerogene.

In virtù di questa loro tossicità è stata definita una dose giornaliera ammissibile (DGA) per i nitrati pari a 3,7 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno (mg/kg pc/die). Il livello di sicurezza per i nitriti è stato invece stabilito a 0,07 mg/kg di pc/die.

Sulla base delle risultanze disponibili, il recente riesame da parte di Efsa ha concluso che per nessuna delle sostanze fosse necessario modificare i livelli di sicurezza già stabiliti, ha riferito Maged Younes, membro del gruppo di esperti scientifici sugli additivi alimentari e le fonti di nutrienti aggiunti agli alimenti nonché presidente del gruppo di lavoro incaricato della nuova valutazione. Gli attuali livelli di sicurezza per nitriti e nitrati aggiunti alla carne e altri alimenti tutelano a sufficienza i consumatori, ha concluso Efsa. Anche facendo riferimento agli effettivi livelli di concentrazione nei cibi, si stima che l’esposizione del consumatore al nitrato proveniente esclusivamente dagli alimenti in cui è stato aggiunto come additivo, non superi la DGA e sia inferiore al 5% dell’esposizione complessiva considerando tutte le fonti alimentari (additivi, contaminanti dall’ambiente e presenza naturale nei cibi). Il rischio di superamento rimane per tutte le categorie nel caso in cui si superino le dosi consigliate (e quindi con un’esposizione da media ad alta).

Più delicata è la situazione riferita ai nitriti assunti come additivi alimentari. Anche se l’esposizione rientra nei livelli di sicurezza per tutte le fasce della popolazione, nei bambini vi è il rischio di un lieve superamento se la dieta è basata su un’elevata quantità di alimenti contenenti tali additivi.

 

 

Obesità infantile,

presentata consensus su diagnosi, trattamento e prevenzione

 

La chiave per combattere l’obesità, un fenomeno in crescita che colpisce in Italia un bambino su 10 entro 9 anni di età, è racchiusa nei primi mille giorni di vita di una persona. La gestazione e i 24 mesi del bambino si sono rivelati un periodo cruciale per la sensibilità dell’organismo all’esposizione di fattori a rischio o protettivi per il metabolismo non solo del bambino, ma anche dell’adulto di domani, con effetti importanti a lungo termine sulla sua salute. Non solo. Sempre più bambini e adolescenti oggi soffrono di patologie legate all’obesità quali l’ipertensione, la dislipidemia e il diabete di tipo 2. A denunciarlo la Società Italiana di Pediatria che, insieme alla Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica, ha presentato la Consensus su diagnosi, trattamento e prevenzione dell’obesità del bambino e dell’adolescente. «Il dato più allarmante che emerge dal documento – ha spiegato Alberto Villani, presidente Sip – non è solo il fatto che aumenta in maniera esponenziale il problema dell’obesità in età infantile. A colpirci maggiormente sono i dati sulle complicanze fisiche e psicosociali già presenti nell’infanzia e che tendono ad aggravarsi in età adulta. Per questo la prevenzione e la cura dell’obesità diventa un obiettivo primario dell’agenda sanitaria del paese, anche per ridurre i costi che il Sistema Sanitario Nazionale dovrà sostener per la cura e l’assistenza di adulti con patologie croniche associate all’obesità».

I dati parlano chiaro. Circa il 5% dei bambini e degli adolescenti italiani con problemi di obesità presenta valori di glicemia superiori ai limiti di normalità, una condizione questa che viene definita di prediabete che, anche se rientra nel giro di qualche anno, può provocare fin da subito un’alterazione del metabolismo del glucosio i cui danni si vedono solo nel corso degli anni. Un processo, questo, che a volte è irreversibile. Non solo. Sempre secondo la ricerca presentata dalla Società Italiana di Pediatria, più del 30% dei bambini obesi ha valori di trigliceridi e colesterolo LDL elevati, una condizione che li espone a rischi di sviluppare una sindrome metabolica e alla comparsa precoce dell’arteriosclerosi, mentre sempre uno su tre già in età infantile ha la sindrome del fegato grasso.

«Il diabete mellito che normalmente si manifesta in età adulta – ha detto Claudio Maffeis, professore di pediatria all’Università di Verona – sta comparendo in età sempre più precoce, non solo in Italia. Uno studio americano ha pronosticato un constante incremento delle diagnosi negli adolescenti. Inoltre, il diabete a esordio precoce è più aggressivo rispetto a quello che insorge in età adulta, mentre i danni provocati nel tempo dalla malattia, compaiono in media tre volte prima».

La chiave per la prevenzione dell’obesità nel bambino, secondo i pediatri italiani, è iniziare a prendersi cura della salute del nascituro fin dal momento della gestazione e nei primissimi anni di vita del bambino, seguendo una serie di indicazioni e norme di comportamento che vanno dal controllo del peso della mamma in gravidanza, all’allattamento al seno del neonato, allo svezzamento solo a partire dal sesto mese, secondo le raccomandazioni nazionali, e soprattutto no a sale e zuccheri aggiunti nella pappa. I pediatri suggeriscono poi di far seguire al bambino una vera dieta mediterranea, e spingerlo a praticare attività fisica per almeno 60 minuti tutti i giorni.

 

Olio di palma.

Nuovo studio Efsa: “Privo di rischi per maggior parte dei consumatori”,

ma esiste un “potenziale problema di salute per consumi elevati tra i più giovani”

 

I livelli di consumo di 3-MCPD tramite gli alimenti sono considerati privi di rischi per la maggior parte dei consumatori, ma esiste un potenziale problema di salute per i forti consumatori delle fasce di età più giovane. Nella peggiore delle ipotesi, i neonati nutriti esclusivamente con latte artificiale potrebbero lievemente superare il livello di sicurezza.

La sostanza chimica 3-monocloropropandiolo (3-MCPD) e i suoi derivati chiamati esteri del 3-MCPD sono contaminanti da processi alimentari presenti in alcuni alimenti e oli vegetali trasformati, principalmente nell’olio di palma. Il 3-MCPD e i suoi esteri si formano non intenzionalmente in tali alimenti, in particolare durante i processi di raffinazione degli oli.
Il gruppo di esperti dell’EFSA sui contaminanti ha valutato per la prima volta i rischi potenziali del 3-MCPD nel 2016 insieme ad altri contaminanti da processi alimentari chiamati glicidil esteri degli acidi grassi (GE), concludendo che i GE costituiscono un problema per la salute pubblica perché genotossici e cancerogeni, cioè possono danneggiare il DNA e provocare il cancro.

La Commissione europea sta ultimando la nuova legislazione dell’UE volta a ridurre i livelli di GE in oli vegetali e alimenti. L’aggiornamento attuale riguarda solo il 3-MCPD e i suoi esteri. La precedente valutazione EFSA sui GE non è cambiata. 

Christer Hogstrand, che ha presieduto il gruppo che ha elaborato il parere scientifico del 2016 e il relativo aggiornamento, ha dichiarato: “L’EFSA ha deciso di rivedere la propria valutazione dopo che il comitato congiunto FAO-OMS di esperti sugli additivi delle Nazioni Unite [JECFA] ha stabilito un diverso livello di sicurezza (dose giornaliera tollerabile o DGT). Nel frattempo l’EFSA ha aggiornato il metodo che abbiamo utilizzato per calcolare la nostra precedente DGT, ciò che viene chiamato approccio della dose di riferimento (BMD). Il gruppo scientifico ha applicato il metodo alla sua nuova valutazione del 3-MCPD e, di conseguenza, ha innalzato il livello di sicurezza precedente di due volte e mezzo”.

Hogstrand ha poi aggiunto: “Abbiamo ricontrollato i dati relativi agli effetti sullo sviluppo e la riproduzione, in particolare quelli sulla fertilità maschile poiché evidenziati da JECFA. Abbiamo calcolato i livelli ai quali potrebbero verificarsi effetti nocivi su reni e fertilità maschile: la DGT aggiornata è protettiva per entrambi i tipi di effetti”.

La nuova DGT dell’EFSA è più vicina alla DGT del JECFA. L’EFSA e il JECFA hanno utilizzato gli stessi dati tossicologici ma diverse tecniche di estrapolazione della dose di riferimento. Nonostante tali differenze tecniche, entrambi gli organismi hanno raggiunto le stesse conclusioni generali sui possibili effetti nocivi del 3-MCPD e sul livello di preoccupazione per la salute dei consumatori.
 

 

Sinu: Position paper sulle diete vegetariane

 

Dalla revisioni dei dati in letteratura quale quadro emerge dello stato di nutrizione della popolazione vegetariana?

Partendo dal presupposto che gli articoli scientifici revisionati in questo lavoro hanno riguardato principalmente le diete latto-ovo vegetariane e le diete vegane seguite nei Paesi occidentali e asiatici, il quadro sullo stato di nutrizione e le raccomandazioni scaturite riguardano principalmente questi tipi di diete, generalmente definite come “vegetariane”. L’adeguatezza nutrizionale delle diete crudiste, fruttariane e macrobiotiche è stata analizzata da un numero esiguo di studi e i benefici per la salute acclamati da questo tipo di diete non sono supportati dalle evidenze scientifiche finora disponibili. In molti casi queste diete potrebbero essere nutrizionalmente non adeguate.
Per quel che riguarda invece le diete latto-ovo vegetariane e vegane, dalla revisione degli studi scientifici emerge che, quando includono un’ampia gamma di prodotti vegetali, sono in grado di fornire un adeguato apporto di nutrienti in tutte le fasi del ciclo vitale. Resta però fondamentale porre attenzione nei confronti di alcuni nutrienti chiave (proteine, vitamina B12, calcio, ferro, zinco e acidi grassi omega-3), che potrebbero essere non sempre presenti in quantità adeguate in alcuni tipi di diete vegetariane.

Per quali fra i nutrienti analizzati e categorie di persone potrebbe emergere la necessità di un ricorso ad integratori?

La vitamina B12 è sintetizzata in natura solo da alcuni microrganismi e dalla alghe, quindi è assente negli altri alimenti di origine vegetale, fatta eccezione per piccole quantità in alimenti vegetali derivanti da contaminazione microbica o da fortificazione. Di conseguenza, coloro che seguono una dieta vegetariana dovrebbero assicurarsi il consumo di una fonte affidabile di vitamina B12 (alimenti fortificati o supplementi). Alcune alghe contengono questa vitamina, ma la biodisponibilità varia da specie a specie e può essere molto bassa, inoltre vi sono alghe che contengono cospicue quantità di analoghi della vitamina B12 biologicamente inattivi, i quali possono interferire con l’assorbimento delle forme attive della vitamina. Le alghe non sono pertanto da considerarsi come una fonte affidabile di vitamina B12.

L’unico acido grasso omega-3 presente in quantità rilevanti negli alimenti di origine vegetale è l’acido α-linolenico, le cui fonti principali sono alcuni semi (lino, canapa e chia) e i loro oli, le noci e alcune alghe mentre l’acido eicosapentaenoico (EPA) e docosaesaenoico (DHA) sono estremamente limitati negli alimenti vegetali; li troviamo solo in alcune alghe e in quantità minime.

L’utilizzo di alghe, come tali o come ingredienti in altre preparazioni, può contribuire a fornire alla dieta minime quantità di acidi grassi omega-3 a lunga catena. Per le persone con accresciuto fabbisogno (donne in gravidanza e in allattamento, bambini fino ai 2 anni di vita) e in chi presenta una ridotta capacità di conversione (anziani e persone affette da diabete e/o malattie croniche) è preferibile ricorrere a un integratore da fonte microalgale a contenuto titolato.

Quali sono le principali raccomandazioni che il gruppo di lavoro ha sintetizzato?

Dal momento che la digeribilità delle proteine vegetali è inferiore a quella delle proteine animali, potrebbe essere opportuno per i vegetariani consumare più proteine rispetto a quanto indicato alla popolazione generale. Questo aumento è facilmente raggiungibile − anche nelle persone in condizioni di elevato fabbisogno (anziani, donne in gravidanza e allattamento e nei bambini in crescita) − con un consumo quotidiano e variato di alimenti appartenenti a tutti i gruppi vegetali.
La dieta vegetariana prevede il consumo di una fonte affidabile di vitamina B12 (alimenti fortificati o supplementi) e lo stato della vitamina B12 dovrebbe essere monitorato regolarmente.
La dieta vegetariana deve rispettare le assunzioni di riferimento per il calcio previste dai livelli di riferimento per la popolazione italiana. In particolare i vegani dovrebbero porre attenzione all’assunzione di prodotti alimentari che siano buone fonti di calcio (verdure a basso contenuto di ossalati e fitati, alimenti a base di soia, bevande vegetali fortificate, acque ricche di calcio e alcuni tipi di frutta secca e semi oleaginosi).

I vegetariani dovrebbero aumentare l’assunzione di ferro seguendo una dieta variata che includa alimenti vegetali con elevato contenuto di ferro. Per aumentare la biodisponibilità del ferro non-eme dovrebbero consumare alimenti ricchi in acido ascorbico insieme ad alimenti ricchi in ferro; preparare gli alimenti con modalità (macinazione, ammollo e germinazione di cereali e legumi, lievitazione acida del pane) che diminuiscano il contenuto di un potente chelante del ferro, l’acido fitico, tramite l’attivazione di fitasi endogene; consumare infine alimenti fortificati (es. cereali da colazione). Si raccomanda la supplementazione solo se la valutazione clinica dello stato del ferro rileva valori troppo bassi.

I vegetariani dovrebbero aumentare l’assunzione di zinco rispetto a quanto raccomandato per la popolazione generale. Per aumentare l’assorbimento dello zinco, bisognerebbe adottare metodi di preparazione (ammollo, germinazione, fermentazione, lievitazione a pasta acida) che riducano il livello di fitati negli alimenti ricchi in zinco. È inoltre possibile ricorrere a cibi fortificati (es. cereali da colazione). Gli alimenti ricchi in zinco dovrebbero essere consumati insieme ad alimenti che contengano acidi organici, come la frutta e le verdure dalla famiglia delle brassicaceae.
I vegetariani possono migliorare il loro stato di nutrizione riguardo gli acidi grassi omega-3 assumendo regolarmente buone fonti di acido α-linolenico (es. noci, semi di lino e di chia, oli da essi derivati); riducendo le fonti di acido linoleico (es. oli vegetali quali olio di mais, olio di girasole). Per le persone con accresciuto fabbisogno (donne in gravidanza e in allattamento, bambini fino ai 2 anni di vita) e in chi presenta una ridotta capacità di conversione (anziani e persone affette da diabete e/o malattie croniche) è preferibile ricorrere a un integratore da fonte microalgale a contenuto titolato.

 

Nutrition, Metabolism & Cardiovascular Diseases (2017)

 

 

Test di allergia e intolleranza alimentare:

attenzione alle false diagnosi

 

“Negli ultimi anni vi è stata una preoccupante proliferazione sul territorio nazionale di centri che offrono metodi volti a diagnosticare allergie e intolleranze alimentari: farmacie, centri estetici, erboristerie, studi di medicina alternativa, palestre, studi di fisiochinesiterapia. I metodi diagnostici utilizzati sono i più vari e fantasiosi: analisi del capello, dosaggio delle IgG e IgG4 specifiche per alimenti, test di citotossicità, kinesiologia, iridologia, bio-risonanza, test elettro-dermici e altri ancora. Una revisione sistematica di tali metodiche può essere facilmente rinvenuta in letteratura (1). È comunque importante sottolineare il fatto che questi metodi non convenzionali mancano completamente di validazione scientifica, rappresentano un costo non indifferente per il paziente (per definizione i test non validati sono anche cari) e producono “diagnosi” inaffidabili e non supportate da evidenze” precisa lo specialista. “In alcuni casi l’unico effetto di tali procedure diagnostiche è quello di eliminare immotivatamente dalla dieta alimenti potenzialmente importanti dal punto di vista nutrizionale con conseguenze che in qualche caso possono essere anche drammatiche, soprattutto nei soggetti di giovane età. Le società scientifiche hanno ripetutamente preso posizione contro la diffusione di tali pratiche diagnostiche. Le linee guida della European Academy of Allergy and Clinical Immunology (EAACI) dicono a chiare lettere che tali test non sono validati e non possono essere raccomandati per la diagnosi dell’allergia e intolleranza alimentare (2). Anche in Italia vi sono state delle importanti prese di posizione in tal senso da parte della FNOMCEO (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri) e dell’AAIITO (Associazione allergologi immunologi italiani territoriali e ospedalieri) (3,4).
La metodica dotata della maggiore solidità scientifica, anche se in altri contesti, cioè il dosaggio delle immunoglobuline di classe IgG4 dirette contro gli alimenti, ha ricevuto un’attenzione particolare in quanto ritenuta più subdola e ingannevole per la popolazione generale. Tali anticorpi si possono rinvenire nel siero di molte persone normali e senza alcuna correlazione clinica e l’assenza di una dimostrazione che tali anticorpi siano in grado di indurre la liberazione di istamina da mastociti e basofili non fornisce alcun motivo di pensare a un loro ruolo causale nelle allergie/intolleranze alimentari. È verosimile, piuttosto, che tali anticorpi siano il segno dell’avvenuto contatto tra organismo e alimenti e che quindi rappresentino una risposta fisiologica che indica la tolleranza immunologica nei confronti dei medesimi. Anche in questo caso un comitato di esperti ha concluso che non vi è motivo alcuno per dosare le IgG4 per alimenti in caso di problemi correlati con l’alimentazione (5). “Le allergie e intolleranze alimentari ovviamente esistono ma non si diagnosticano attraverso queste procedure, conclude Asero. La diagnosi di allergia alimentare si fonda sulla dimostrazione di IgE specifiche mediante test in-vivo o in-vitro a fronte di una storia clinica suggestiva e, in qualche caso, necessita del test di esposizione con l’alimento causale. Le intolleranze alimentari si diagnosticano esclusivamente attraverso diete di eliminazione e test di reintroduzione. Fanno eccezione celiachia e intolleranza al lattosio per i quali esistono dei metodi diagnostici validati, rispettivamente in-vitro (+ biopsia) e in-vivo (breath test)”.

 

1) Niggemann B, Gruber C. Unproven diagnostic procedures in IgE-mediated allergic diseases. Allergy 2004; 59: 806-8.

2) Muraro A, Werfel T, Hoffman-Sommergruber K, et al. EAACI Food Allergy and Anaphylaxis Guidelines: diagnosis and management of food allergy. Allergy 2014; 69: 1008-1025.

3) Senna GE, Passalacqua G, Lombardi C, Antonicelli L. AAITO Position Paper: i test “alternativi” nella diagnostica delle allergopatie. 2004

4) FNOMCEO, SIAAIC, AAITO, SIAIP. Allergie e intolleranze alimentari. Documento condiviso. 2015
5) Stapel SO, Asero R, Ballmer-Weber BK, et al. Testing for IgG4 against foods is not recommended as a diagnostic tool: EAACI Task Force Report. Allergy 2008;63:793-796